Agli insopportabili regali, sostituiamo il dono di un po’ di noi stessi

Non so voi ma io, i regali, non li sopporto più. Intendiamoci, apprezzo l’intento di chi, per gratitudine o per celebrare una data speciale, si presenta con un pacchetto colorato, ma la domanda è: dov’è finita la spontaneità? Quella di quando, in un giorno qualsiasi, vedi qualcosa, pensi a qualcuno, prendi e consegni? A proposito degli omaggi natalizi mi viene in mente Nick Biussy che paragona la spontaneità dei regali alle risate del pubblico quando compare il cartello «ridere».
Ammettiamolo, spesso è così. Per averne la conferma o la smentita, poniamoci qualche domanda prima di acquistare qualcosa: lo sto facendo perché ho una lista di persone che mi tocca accontentare perché se lo aspettano o non starebbe bene arrivare a mani vuote, o perché il mio cuore pregno d’amore cerca un modo per esprimersi indipendentemente dalle ricorrenze?
Personalmente adoro i cadeau che spuntano come funghi senza motivo apparente in un banale martedì e che si consumano e condividono magari con chi ce li offre: una pietanza, una candela, un abbraccio, una chiacchierata, una serata a teatro, una passeggiata, una gita o un libro che ci fa viaggiare, emozionare, porci domande, trovare risposte; i libri, fra l’altro, possono anche essere di seconda mano perché ciò che li rende unici non è il loro involucro ma il contenuto, proprio come ciò che rende esclusivi i nostri pacchetti non è il valore del pensiero incartato, ma l’intento del nostro cuore che quel presente ha generato.
Un discorso a parte meriterebbero i doni mossi dai sensi di colpa, per lavarsi la coscienza, ma qui si entra nel delicato campo del baratto, del dare per ricevere mercanzie, omertà o illusioni di redenzione. Un dare che odora di falsità e miseria umana. Mi chiedo: perché non omaggiare preziosissimi minuti del nostro tempo, cioè pezzi di noi?
Immaginiamoci allora, sotto l’albero di Natale, di scartare involti fantasiosi, magari realizzati con frammenti di natura o materiali riciclati, e di trovare all’interno parole come: «Colazione con chiacchiere da consumarsi entro il 31 dicembre?» Oppure: «Due passi insieme quando ti va?» È possibile che chi riceve il nostro tempo decida di non scartarlo mai, ma quella persona sentirà comunque di valere ai nostri occhi come noi comprenderemo di non contare granché per lei; se questa consapevolezza ci farà sorridere il regalo incondizionato più bello l’avremo ricevuto noi.
Il romanziere americano Oren Arnold suggeriva omaggi alternativi: «Al tuo nemico, perdono; al tuo avversario, tolleranza; a un amico, il tuo cuore; a un cliente, il servizio; a tutti, la carità; a ogni bambino, un buon esempio; a te stesso, rispetto». Sentiamo queste parole odorose di buonismo o profumate di autentica occasione di svolta umana esterna ma anche interna quando decidiamo di onorare quel «te stesso» con il rispetto che meritiamo? Fra pochi respiri sarà ancora tempo di strenne e di lucine. «Voi date ben poco quando date dei vostri beni. È quando date voi stessi che date davvero» dice Gibran. Certo, omaggiare un pezzo di sé non è cosa da poco conto ma, dopotutto, anche noi non siamo certo persone di poco conto. E il nostro cuore lo sa benissimo.
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