Avevano già i biglietti aerei per tornare quando le bombe li hanno svegliati in piena notte e hanno dovuto rifugiarsi in hotel. «L'ambasciata qui a Kiev ci aveva più volte consigliato di tornare a casa: ora aspettiamo di capire da loro come possiamo lasciare l'Ucraina».
Sono le parole di Roberto De Zerbi, 42 anni, bresciano, già allenatore del Sassuolo in serie A, bloccato nella capitale ucraina insieme agli otto collaboratori italiani alla guida dello Shakthar Donetsk.
Lo Shaktar aveva già vissuto qualcosa di simile nel 2014, nella prima guerra del Donbass, quando il suo stadio era stato bombardato e tutte la squadra era stata costretta a trasferirsi a Kiev, dove De Zerbi e tutto il gruppo è rientrato domenica scorsa, dopo settimane di ritiro in Turchia per lo stop invernale.
«Stamattina tra le 4 e le 5 ci hanno svegliato i fragori delle esplosioni - racconta ancora De Zerbi - Paura? Non c'è certo aria di festa, la tensione si avverte da giorni. Il dispiacere è soprattutto per le famiglie, la mia e quelle dei collaboratori: sono preoccupati, la vivono peggio di noi. I miei figli mi scrivevano da giorni di tornare...». Il club è al lavoro per una soluzione, anche i tanti giocatori brasiliani della squadra hanno lanciato un appello a Bolsonaro («ma io penso anche ai 13 ucraini che resteranno, sono ragazzi in balia della guerra») ma la soluzione non è semplice, una volta chiuso lo spazio aereo.«In auto è impossibile, ci sono 5 milioni di persone in viaggio verso la Polonia», dice amaro il tecnico italiano. «A noi - conclude l'idealista De Zerbi - piacerebbe andare a casa quando anche gli altri siano nelle condizioni di farlo: non è la gara a chi si mette in salvo prima, non ha importanza che siamo italiani, brasiliani o altro».



