Italia e Estero

Glasgow, gli impegni non restino promesse

L’urgenza di agire, le difficoltà di un accordo: uno sguardo bresciano
  • A Glasgow il 26° vertice annuale dedicato ai cambiamenti climatici
    A Glasgow il 26° vertice annuale dedicato ai cambiamenti climatici
  • A Glasgow il 26° vertice annuale dedicato ai cambiamenti climatici
    A Glasgow il 26° vertice annuale dedicato ai cambiamenti climatici
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Sono le 5.51 di ieri, 10 novembre, quando esce la prima bozza del documento finale della COP26. È noto che le parti contrattano di notte, di giorno ci sono troppi appuntamenti in contemporanea, della società civile, dei governi, delle organizzazioni internazionali, dei gruppi di pressione, delle imprese. Ogni giorno un tema di fondo, ma qui a Glasgow prevale la contemporaneità di decine di eventi negli ampi spazi dello Scottish Event Campus.

La COP26 è la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Per quasi tre decenni le Nazioni Unite hanno riunito quasi tutti i Paesi della Terra per i vertici globali sul clima - chiamati COP - che sta per «Conferenza delle parti». In quel periodo il cambiamento climatico è passato dall’essere una questione marginale a una priorità globale. In questo 26° vertice annuale il Regno Unito mira a concordare un risultato globale, ambizioso ed equilibrato, che porti avanti un’azione coordinata per il clima e risolva questioni chiave relative alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change-UNFCCC), al protocollo di Kyoto e all’accordo di Parigi.

Parigi ha fissato la meta - limitando il riscaldamento ben al di sotto dei 2 gradi, puntando a 1,5 gradi - Glasgow deve renderlo realtà, nella consapevolezza che 1,1 gradi di aumento si sono già verificati (a partire dalla baseline del 1850). Nella prima bozza, il presidente Hon Alok Sharma esprime allarme e preoccupazione per il fatto che le attività umane hanno causato fino ad oggi circa 1,1 °C di riscaldamento, che gli impatti si stanno già facendo sentire in ogni regione e che il bilancio del carbonio, coerente con il raggiungimento dell’obiettivo della temperatura dell’accordo di Parigi, si sta rapidamente esaurendo.

Sottolinea l’urgenza di una maggiore ambizione e azione in relazione alla mitigazione, all’adattamento e al finanziamento, in questo decennio critico per colmare le lacune nell’attuazione degli obiettivi a lungo termine dell’accordo di Parigi. Sottolinea l’urgenza di intensificare l’azione e il sostegno per migliorare la capacità di adattamento e ridurre la vulnerabilità ai cambiamenti climatici, in linea con la scienza e le priorità dei paesi in via di sviluppo. Rileva con grave preoccupazione che l’attuale finanziamento è insufficiente per rispondere al peggioramento degli effetti del cambiamento climatico nei paesi in via di sviluppo. Invita il settore privato, le banche multilaterali di sviluppo e altre istituzioni finanziarie a potenziare la mobilitazione finanziaria al fine di fornire le risorse necessarie per realizzare piani climatici, in particolare per l’adattamento.

Riconosce inoltre che limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi entro il 2100 richiede riduzioni rapide, profonde e sostenute delle emissioni globali di gas serra, compresa la riduzione delle emissioni globali di anidride carbonica del 45% entro il 2030 rispetto al livello del 2010 e l’azzeramento netto intorno alla metà del secolo. Nel contempo, prende atto con grave preoccupazione che il livello aggregato di emissioni di gas a effetto serra, tenendo conto dell’attuazione di tutti i contributi presentati, è stimato essere del 13,7 per cento al di sopra del livello del 2010 nel 2030.

Intanto in questi giorni il ministro degli Affari esteri del Nicaragua ha ricordato al mondo che il suo Paese non è responsabile per la crisi climatica. Questa è responsabilità storica delle grandi economie che basano il modello di sviluppo sulla contaminazione della madre terra. Gli fa eco il ministro degli affari esteri di Timor Est, chiedendo ai Paesi più economicamente sviluppati il tanto atteso trasferimento di tecnologie appropriate. E ancora il Cameroun che chiede ai Paesi ricchi di rispettare gli impegni presi, per non perdere la loro credibilità e di finanziare chi sequestra, più che emettere, CO2.

Il Commissario europeo per il clima e il Green Deal Timmermans ricorda che non siamo nemmeno vicini a dove dovremmo e che prima di lasciare Glasgow è necessario decidere cosa fare nel prossimo anno. Oggi dobbiamo finanziare l’adattamento, abbandonando la retorica. Consapevoli, come ricorda il ministro dell’ambiente della Guinea, che 134 Paesi - che assommano 6 miliardi di cittadini del mondo - trattano coordinandosi tra loro e con la Cina, che non si considera membro, ma li sostiene, contribuisce finanziariamente e rilascia dichiarazioni ufficiali con loro. La Guinea detiene la presidenza a partire dal 2021, e ricorda che dovrà essere rispettata la promessa di 100 miliardi all’anno per aiutare i Paesi più poveri a fronteggiare i cambiamenti climatici... ma questo punto è assente dalla bozza presentata ieri!

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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