Italia e Estero

Cesar, dalle Ande all’Himalaya: vinta la scommessa di Battistino Bonali

Primo peruviano a scalare il Nanga Parbat, cresciuto alla scuola Don Bosco della Operazione Mato Grosso cui contribuì l'alpinista di Bienno
Cesar Rosales, accolto da una famiglia bresciana in Mato Grosso, qui con gli altri componenti della spedizione - © www.giornaledibrescia.it
Cesar Rosales, accolto da una famiglia bresciana in Mato Grosso, qui con gli altri componenti della spedizione - © www.giornaledibrescia.it
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Sulla cima di una montagna di ottomila metri si porta sempre nello zaino un grande carico di incertezze, di paure e di fatiche. Qualche volta, ed è il caso che raccontiamo, si porta anche il bagaglio leggero e vitale di un’amicizia che accompagna, e di una storia che assieme alle montagne vuole dare risalto al profilo di alpinisti che sono prima di tutto uomini.

L’impresa

Pochi giorni fa la vetta himalayana del Nanga Parbat, che con i suoi 8.126 metri di altezza rappresenta la nona montagna più alta della terra, è stata raggiunta da una spedizione italiana partita dalla Valle d’Aosta, alla quale si è aggregato un alpinista peruviano. Cesar Rosales, questo è il suo nome, è un ragazzo che si è formato all’interno della scuola «Don Bosco en Los Andes», fondata dal missionario Padre Ugo De Censi con la collaborazione dei volontari dell’Operazione Mato Grosso, e supportata da varie sezioni del Club Alpino Italiano che hanno sempre visto in prima fila quelle di Brescia e della Valle Camonica. Del gruppo di formatori esperti fanno parte guide alpine e alpinisti di fama, tra i quali ad esempio, dalla nostra provincia, Franco Michieli e Valerio Gardoni.

Il primato

Cesar Rosales è il primo alpinista del Perù a calcare la vetta del colosso himalayano. La notizia viene comunicata con entusiasmo da Giancarlo Sardini, volontario bresciano dell’Operazione Mato Grosso fin dal 1985, che sugli altipiani dei paesi andini, da dove viene Cesar, ha trascorso con la famiglia oltre sedici anni. «Con mia moglie Marina e le mie figlie abbiamo accolto Cesar in casa per più di tredici lunghi e intensi anni nella Escuela de Guais Don Bosco a Marcará, che si trova a quota 2.760 metri ai piedi della Cordillera Blanca. È un nostro figliolo tanto caro. Credo che dal cielo Padre Ugo starà sorridendo per questa impresa, lui che ha sempre amato le montagne e gli scalatori».

La scommessa

Il risultato raggiunto da Cesar su questa difficile e pericolosa montagna viene interpretato come l’esito di un impegno corale, e rappresenta una gratificazione per tutte le persone che nel corso degli anni hanno creduto nel sogno di poter trasformare poveri «campesinos», i contadini delle Ande, in guide di montagna. Il primo ad accettare di impegnarsi personalmente in questa direzione fu Battistino Bonali, l’alpinista di Bienno che agiva fedele al motto «salire in alto per aiutare chi sta in basso».

Il ricordo

Bonali perse la vita assieme all’amico camuno Giandomenico Ducoli nel 1993, nel corso di un tentativo di scalata sulla parete Nord del Huascaran.

La salita di Cesar Rosales sul Nanga Parbat è certo un bel modo per ricordare quella grande cordata, e per mantenere vivo lo spirito di solidarietà, accoglienza e amicizia che alcuni uomini volonterosi, molti dei quali bresciani, continuano a divulgare tra montagne. Che siano le vette della Cordigliera delle Ande, gli «ottomila» dell’Himalaya e le cime di tutto il mondo.

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