Il racconto di Nuri Fatolahzadeh, giornalista del Giornale di Brescia, dai confini dell’Ucraina, dove diverse realtà bresciane stanno portando aiuti in questi giorni.
Il telefono squilla in continuazione, ma le conversazioni - tutte - durano sempre solo qualche secondo, il tempo di pronunciare una sola parola: «Nichoho», ovvero «niente». Olena non sa niente di suo figlio né di suo marito: il primo a combattere a Kiev, il secondo rimasto nella casa di famiglia per non lasciarlo solo e aiutare come serve. Niente. Niente da tre giorni. A un certo punto lo storytelling delle chiamate cambia: Olena inizia a parlare in francese. Riattacca e spiega: «È la mia testimone di nozze. È russa. Entrambe sappiamo il russo, ma lei per rispetto si rifiuta di parlarlo con me e allora comunichiamo in francese». Se si allarga il campo visivo, si vede che Olena non è sola. E con le notizie degli incessanti bombardamenti che corrono sui messaggi del cellulare, i volti sono talmente pallidi che paiono sfocati.




