Italia e Estero

Paroli: «Puntare sulla diplomazia, la Russia è parte dell’Europa»

Il senatore in missione a Leopoli con lo Unic: «L’obiettivo non può essere la fine di Putin, ma la pace»
Il campo accoglienza allestito a Leopoli - © www.giornaledibrescia.it
Il campo accoglienza allestito a Leopoli - © www.giornaledibrescia.it
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Doveva riunirsi a Kiev la sessione primaverile dell’Assemblea parlamentare della Nato. Era stato deciso, come da prassi, un anno fa, ma «il conflitto ha scompaginato tutto» e così l’incontro si svolgerà la prossima settimana a Vilnius.

Nasce (anche) da questo «appuntamento mancato» l’invito dei parlamentari ucraini a riunire lo Unic (Ukraine-Nato Interparliamentary Council), ossia il Comitato interparlamentare Nato-Ucraina a casa loro: a fare parte dell’organismo da due anni è il senatore bresciano Adriano Paroli, di ritorno da Leopoli.

Quali sono state le richieste dell’Ucraina?

Ci si è confrontati sulla situazione e sui bisogni. Gli ucraini insistono molto sul tema dello spazio aereo, sulla necessità di avere aerei e sostegno e hanno ribadito l’importanza delle sanzioni. Questo, precisando che si sta consumando un genocidio e che ciò che sta accadendo è molto più di ciò che si vede.

Com’è ora la posizione del «fronte locale»?

Nonostante i bombardamenti sono ancora più motivati e pronti a combattere. Una delle prime cose che ci hanno detto è stata: «questo Paese ormai è nostro, non ce lo possono più togliere e soprattutto non lo toglieranno ai nostri figli».

Adriano Paroli. Dal 2018 è senatore, tra il 1996 e il 2011 è stato deputato - Foto © www.giornaledibrescia.it
Adriano Paroli. Dal 2018 è senatore, tra il 1996 e il 2011 è stato deputato - Foto © www.giornaledibrescia.it

Lei ha fatto il monitoraggio elettorale quando era candidato Zelensky: qual era la posizione del presidente ucraino rispetto alla Russia?

Una delle accuse che in campagna elettorale gli avversari muovevano a Zelensky era di essere troppo filorusso. Accusa mai smentita perché lui - che era effettivamente finanziato da un magnate filorusso presente in Ucraina - ha condotto la campagna elettorale dicendo che con Putin bisognava dialogare e trovare un accordo.

Come mai allora il conflitto scatta proprio con il presidente più filorusso?

Stupisce molto. Per questo penso che sia accaduto qualcosa che noi ancora non conosciamo. Il fatto che Zelensky una volta eletto sia diventato più filo-occidentale potrebbe aver fatto scaturire una sorta di «punizione» da parte di Putin, per condannare la troppa indipendenza. Sia chiaro, questa non è una giustificazione né di Putin, né di ciò che è accaduto: c’è un invasore e un invaso. E credo che oggi bene facciano la Nato, l’Europa e gli Stati Uniti a dire che nessuno può invadere un Paese impunemente: non è tollerabile.

Sulla strada per uscirne, però, nella Nato ci sono posizioni differenti...

Sì, c’è la posizione di Stati Uniti e Regno Unito che dicono «via Putin»: per loro l’unica soluzione è il dopo Putin, immaginando che sarà meglio, anche se in realtà questo non si sa. Poi c’è chi, come l’Europa, ha sì ben chiaro chi è l’invasore ma vuole cercare la pace. L’obiettivo non può essere la fine di Putin e della Russia: dev’essere la pace. O è a rischio tutta l’Europa.

Questo significa mediare con il Cremlino?

Non al ribasso né facendo concessioni illogiche. Ma un conto è cercare la pace, un altro pensare che l’unica via sia superare Putin e la Russia. I territori di confine sono sull’attenti però... Estonia, Lettonia, Lituania e Georgia sono molto schiacciati sulla posizione americana, perché finché c’è Putin non si sentono sicuri. Non possiamo però pensare che tutto si possa risolvere solo con una guerra ai massimi eccessi: bisogna credere nella diplomazia.

Ma concretamente, ora, che spazio ha la diplomazia?

Lo deve avere. Oggi c’è Putin e c’è un certo tipo di Russia, ma se guardiamo al futuro non ci sarà sempre lui. Oggi nel sistema di ordine mondiale l’Europa deve avere un rapporto intenso con Mosca, perché la Russia è Europa. Non possiamo guardare a Kiev come Europa e non alla Russia

Il divario enorme però c’è, a partire dai diritti civili...

Certo, servono canoni di democrazia e di diritti civili: l’auspicio è che anche la Russia arrivi a questo. Mosca può e dovrà far parte dell’Europa: sicuramente non questa Mosca e non con questo Putin. Serve una Russia diversa e si spera che il popolo russo la costruisca, perché la Russia è Europa. Bisogna avere lungimiranza.

Con Istanbul che frena, l’ingresso di Svezia e Finlandia è possibile in tempi brevi?

Loro di fatto partecipano già alla Nato. Si sentono minacciate perché sono molto vicine all’Ucraina e la Nato che mesi fa sembrava un’alleanza moribonda, ora si è capito quanto sia strategica. I tempi con cui hanno chiesto di entrare sono strettissimi, ma c’è una procedura da rispettare.

Quale idea vi siete fatti sulla strategia di Putin?

Tutti parlano di una guerra lunga. Abbiamo incontrato il comandante dell’esercito americano nella Base «G2» e a domanda precisa c’è stata questa risposta: fossi Putin oggi stabilizzerei i territori conquistati facendo passare il tempo e, a quel punto, aprirei la trattativa per rivalutare le sanzioni. C’è però anche chi pensa che questo allontanamento da Kiev del contingente russo sia una strategia di contrattacco: attirare nel Donbass e in Crimea l’80% delle forze ucraine, chiuderle e sconfiggerle, così da non trovare ostacoli nella conquista di Kiev.

Gli armamenti forniti all’Ucraina fanno discutere. A conflitto finito dove finiranno? Chi è in grado di tracciarli?

È un dilemma: da un lato non possiamo non dare agli ucraini la possibilità di difendersi, dall’altro stanno girando tantissime armi e non sappiamo dove andranno a finire. A guerra finita saranno sul mercato nero? L’Ucraina potrà gestirle? Non si sa. Si tratta di un tema che la Nato ha ben presente, ma in questo momento non si può né contingentare né tracciare.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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