La giornalista Amira Hass: «Israele non teme conseguenze, l’Europa potrebbe cambiare la storia»

Da tempo non si definisce israeliana, ma «ebrea di sinistra, nata in Israele». Amira Hass è giornalista del quotidiano progressista Haaretz. È l’unica corrispondente dalla Cisgiordania: dal 1997, infatti, vive stabilmente a Ramallah, nei territori palestinesi occupati. E davanti a un caffè, per spiegare come si fa a raccontare quel che sta accadendo, dice: «Tutti parlano di coraggio, ma non serve: basta la rabbia di fronte a ciò che accade. Senza uguaglianza non ci sarà mai normalità».
Come si vive in Cisgiordania?
«Abito in un appartamento, ho dei vicini di casa, passeggio in centro città. Ma questi sono gli unici aspetti di normalità, perché rimane il fatto che la Cisgiordania è sotto una grande repressione da parte delle autorità israeliane».
Cosa si è costretti a vedere?
«La caratteristica principale di questa repressione è la chiusura di tutti i villaggi e paesi. Oggi la libertà di spostamento, che già era ridotta, è ancora più ristretta: le strade sono vuote, ma puoi impiegare cinque ore a raggiungere un luogo, sai quando parti ma non quando torni. E la causa sono i moltissimi check point».
Come è cambiata la situazione, lì, dopo il 7 ottobre?
«I raid militari, che non sono purtroppo una cosa nuova, sono molto più intensi e frequenti in questi ultimi sei mesi, esattamente come accade a Gaza, specialmente nel nord della Cisgiordania. C’è timore non solo per il futuro prossimo, ma anche a lungo termine. C’è una forte paura degli attacchi dei coloni, il clima è di grande paralisi e terrore».
Quali ostacoli ha incontrato nel suo lavoro?
«La lista sarebbe molto lunga. I principali lettori del mio giornale sono israeliani e questo già è uno scoglio, perché non vogliono leggere ciò che non vogliono sapere. Dall’altro lato, le istituzioni palestinesi non sanno come condividere le informazioni anche quando queste sono importanti per mostrare cosa sta accadendo».
Israele teme l’Aja?
«No. Forse c’è il timore di non poter viaggiare. Il 7 ottobre è stato un colpo all’orgoglio degli israeliani. La hybris è talmente radicata nella loro cultura, nella società e nella politica che non c’è un vero timore delle conseguenze. La Corte ha avuto l’opportunità di agire, ma è sempre stata lenta: anche per questo gli israeliani pensano che questi attacchi e assedi restino possibili nel tempo».
Da 75 anni Israele non rispetta le risoluzioni Onu. Si sente autorizzato perché non è mai stato sanzionato?
«Loro sono perfettamente consapevoli del diritto internazionale, quindi con abilità scelgono ogni parola per aggirarlo: non a caso hanno molti dipartimenti legali nell’esercito, eliminano informazioni e parole che possano dare prova di un crimine. Ad esempio: di fronte all’uccisione di decine di persone, dichiarano sempre che l’obiettivo era colpire cellule di Hamas, un modo per autotutelarsi».
Quali sono gli effetti di questo indebolimento del diritto internazionale e delle sue istituzioni?
«Credo che Israele abbia sfruttato questa situazione, ma che non sia iniziata ora: la Corte di Giustizia non è stata in grado di processare né Blair né Bush. Le istituzioni internazionali hanno dimostrato di non avere efficacia nel tempo. Quando dei cambiamenti reali ci sono stati, è avvenuto sulla scia di una potente critica interna che l’Aja non ha più potuto far finta di non vedere. Penso a Guantánamo o all’Afghanistan».
Il clima di protesta verso ciò che accade a Gaza, in Israele, è ancora così debole?
«Ci sono dei gruppi critici, però sono degli emarginati. Netanyahu è riuscito negli anni a tacitarli ed etichettarli come traditori. Ma la verità è che non c’è una pressione interna sufficientemente forte di fronte a ciò che accade».
Senza Netanyahu cambierebbe qualcosa?
«Forse internamente sì. Ma allo stesso tempo non escludo che potrebbe rafforzarsi l’estrema destra. Diciamo che il problema è più grave ancora, va oltre Netanyahu: sta nel veleno della società, fortemente convinta dell’idea di dover dominare i palestinesi».
Che ruolo svolge il mondo accademico?
«Ci sono i sostenitori dei coloni, che vedono l’oppressione dei palestinesi come un diritto divino, è un’idea di base: al punto che i palestinesi di cittadinanza israeliana vengono visti come traditori e terroristi. Ci sono delle eccezioni, ma poche. Gli accademici avrebbero potuto dire qualcosa: non l’hanno fatto».
Non crede che abbiano paura di ripercussioni?
«Israele non è la Russia né il Sud Africa: loro stessi dicono che siamo in democrazia. Per questo, con il loro silenzio, si portano sulle spalle una pesante responsabilità».
Il ritiro dei militari da Khan Younis, zona meridionale della Striscia: perché ora? È una tregua tattica?
«Perché questa guerra è una sconfitta per Israele. Sì, hanno ucciso migliaia di civili e militanti di Hamas, ma sono anche stati uccisi soldati israeliani, stanno combattendo. Questa distruzione sarà una sofferenza per generazioni. Credo che il ritiro sia un bluff: si ritirano, ma hanno raso al suolo tutto».
Israele archivierà l’operazione di terra a Rafah? Quanto conta la pressione Usa?
«Il pressing Usa può fare archiviare questa idea: il che certifica che Biden e gli Stati Uniti avrebbero potuto fermare questa guerra molto prima, se avessero voluto. Tra i cittadini egiziani Israele sta perdendo sostegno in modo evidente, non però ancora a livello istituzionale».
Che ruolo gioca l’Egitto?
«La pace tra Israele ed Egitto è tra agenzie di sicurezza, non tra i popoli. Questo riesce a mantenere la calma alle frontiere, ma ha reso al contempo l’Egitto non incisivo».
E invece l’Iran?
«Ha tutti gli interessi ad indebolire Israele, anche se lo scollamento tra la popolazione e i mullah è da tenere sempre presente. Le affermazioni di vendetta danno l’idea di una battaglia biblica e non politica, tanto che entrambi gli Stati si definiscono a vicenda “la rappresentazione del male”».
Quali responsabilità ha avuto e ha l’Europa?
«Tante: ha cacciato gli israeliani e non ha gestito la situazione. Europa e Usa hanno grandissime responsabilità: non sono mai state imposte delle sanzioni, ma solo così si poteva prevenire il disastro. Trovo assurdo che l’Occidente pensi di intervenire solo ora con gli aiuti umanitari: questa occupazione doveva avere un prezzo da pagare che non c’è stato. Un’azione dell’Europa potrebbe incidere e cambiare la storia».
Come si ferma tutto questo? Quale la via d’uscita?
«Per prima cosa gli ostaggi devono essere rilasciati e la guerra deve fermarsi. Vanno smantellati gli insediamenti e ripresi i negoziati chiarendo, con i fatti, che nessun popolo può privare un altro dei suoi diritti. Il passaggio chiave però è politico: i palestinesi dovrebbero iniziare a fare più politica interna e creare una leadership, è questo il cambiamento che serve».
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