Italia e Estero

Chi è e cosa fa la bresciana Magda Cerlini in Afghanistan

Originaria di Ome, è una delle uniche due persone di nazionalità italiana di Medici Senza Frontiere presenti nel Paese dell’Asia centrale
Magda Cerlini si occupa di risorse umane e il suo incarico prevede una missione itinerante © www.giornaledibrescia.it
Magda Cerlini si occupa di risorse umane e il suo incarico prevede una missione itinerante © www.giornaledibrescia.it
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Non si parla mai abbastanza degli operatori umanitari, coloro che abbandonano le loro case confortevoli e sicure per recarsi in una terra, come l’Afghanistan, martoriata da quarant’anni di guerra e da aspri conflitti interni. Magda Cerlini, bresciana di Ome, è una delle uniche due persone di nazionalità italiana di Medici Senza Frontiere presenti nel Paese dell’Asia centrale, dove, dopo l’annuncio del ritiro delle truppe internazionali, i talebani hanno ripreso il controllo di molte aree e si è innescata un’escalation dei combattimenti, con le inevitabili conseguenze sui civili. Magda lavora nel campo amministrativo, si occupa di ricerca e formazione delle risorse umane.

A 19 anni – racconta – sono andata a studiare marketing a Parigi, poi ho lavorato otto anni in aziende in Francia e a Taiwan. La mia scelta di spostare la carriera dal settore privato a quello umanitario è avvenuta attraverso un percorso di coaching personale due anni fa. Ho imparato a conoscermi meglio e a capire valori come aiutare gli altri, l’integrità, la passione per la scoperta e il rispetto, e ho sentito la necessità di condividerli nel lavoro. Ho fatto domanda per lavorare con MSF in concomitanza con la pandemia di Covid 19. Mi sentivo impotente, avevo l’esigenza di fare qualcosa; ad oggi, sono alla mia seconda missione.

Qual è stato il suo primo impatto quando è arrivata in Afghanistan? La mia missione è cominciata a marzo 2021. La prima impressione, mentre mi conducevano alla base di Kabul, è stata di una qualsiasi altra città frenetica dell’Asia con il traffico, i suoi colori e rumori. Ricordo di essermi attaccata al finestrino dell’auto per stampare quelle immagini nella memoria, dato che non possiamo scattare foto. Il mio è un ruolo itinerante, mi sposto da un progetto all’altro nel Paese e fra un trasferimento e l’altro talvolta lavoro dal Tagikistan, la nostra base a sostegno dell’Afghanistan, poiché abbiamo avuto limitazioni dei movimenti a causa dei recenti eventi. Da metà settembre fino a pochi giorni fa ho lavorato ai progetti a Khost e Herat.

Quali sono, nello specifico, i progetti che sta seguendo? Lavoro nell’ufficio di coordinamento centrale a supporto degli aspetti amministrativi e di risorse umane, gran parte dello staff viene assunto sul posto. I nostri progetti sono cinque attualmente: un ospedale di maternità a Khost, un centro traumatologico a Kunduz, un ospedale per la tubercolosi a Kandahar, un centro di cura per la malnutrizione, un centro di accoglienza per sfollati interni e il centro di trattamento Covid ad Herat; infine diamo supporto a un grande ospedale provinciale nella provincia meridionale di Helmand. Forniamo accompagnamento e monitoraggio «amministrativo» del personale (contratti, buste paga, reclutamento); supportiamo i coordinatori con l’organizzazione di corsi di formazione, coaching e altre attività. In Afghanistan abbiamo complessivamente 2.400 persone di staff locale e circa un centinaio di staff internazionale.

Può descriverci il rapporto, dalla sua angolazione, con le donne afghane e i loro bambini, ed in generale con la popolazione civile? Gli aspetti che più l’hanno colpita sul piano sociale ed umano. Tutte le storie e le situazioni mi colpiscono, perché ogni volta che le ascolto mi ricordo quanto sono fortunata a poter fare scelte ed esperienze diverse nella vita. Mi ha impressionato la resilienza delle donne, il loro coraggio e la forza che vedo dipinta sui loro visi. Ascoltandole all’inizio non sapevo bene come reagire; ho percepito poi che avevano solo bisogno del mio ascolto attento, del mio sguardo rivolto a loro, anche in quei 10 minuti di spazio che dedichiamo loro. La donna è ancora considerata solo per partorire bambini, lo dimostra il numero di parti che effettuiamo a Khost, attorno ai 1.400 solo ad agosto. Ciononostante ci sono anche famiglie un po’ meno conservatrici in cui le donne godono di una certa libertà. Selezionando le figure professionali abbiamo incontrato profili femminili molto interessanti, con un livello di formazione notevole. In alcuni progetti mettiamo a disposizione un asilo nido, fino ai 2 anni, gestito dal nostro personale per permettere alle madri di vedere i loro figli durante le pause nei turni di giorno o di notte. Ogni tanto passo a salutare i bambini e sono momenti preziosi per me, mi guardano con gli occhi sgranati perché vedono un volto diverso da quelli  cui sono abituati.

La sfida principale, che deve affrontare quotidianamente? Adattare il nostro approccio alla cultura locale, nelle richieste che riceviamo dal personale. Operiamo in contesti difficili dove la sicurezza è la priorità assoluta. In questo momento abbiamo difficoltà perché, vista la situazione, molto personale ha dato le dimissioni o è scappato, mentre il numero dei pazienti è aumentato insieme ai bisogni della popolazione. Siamo pronti a dover gestire un periodo complesso, considerando che il contesto rimarrà ancora instabile per un certo periodo. La sfida sarà selezionare e formare il personale secondo le linee guida operative e i valori di MSF, perché solo così possiamo assicurare cure di qualità di cui i pazienti hanno bisogno.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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