L’area è no limits per tutti per ragioni di sicurezza e perché è un cantiere denso di camion che transitano e di ruspe al lavoro. Ma basta uno sguardo per capire cosa sia successo a quell’argine, un terrapieno di massi e ciottoli ingabbiati, compattati dal terriccio durante la piena del Santerno nella notte tra il 16 e il 17 maggio.
La storia infatti ci riporta: «Il 5 dicembre 1959 il Santerno infollì. Sin dal mattino una piena eccezionale, spaventosa, metteva gli argini a dura prova. Nelle primissime ore del pomeriggio si comprese che non avrebbero retto. O di qua, o di là, sarebbe avvenuto l’irreparabile. Si ripeterono le scene dello sfollamento non verso altri siti, ma verso i piani superiori delle case. Alle ore 17.38 di quel pomeriggio salta l’argine sinistro».
Così dall’invaso dell’acqua, nella notte tra martedì e mercoledì scorso sull’argine si sono formati dei fontanazzi con dei rivoli d’acqua che passavano sotto il terrapieno. «Il tratto indebolito ha poi ceduto. Dalla rottura dell’argine l’acqua è uscita con una velocità impressionante: ha invaso prima la campagna coltivata ad alberi da frutto, poi si è riversata in toto nel vicinissimo centro abitato. Avete capito bene - spiega il tecnico incontrato sull’argine in ricostruzione grazie al lavoro delle ruspe e di camion che versano ghiaia - l’intero fiume in piena ha trovato uno sbocco dall’argine eroso dalla forza dell’acqua e da lì è giunto in paese, acquistando anche una certa energia cinetica. Quindi l’inondazione si è spostata verso i comuni limitrofi, come Conselice, dove tuttora resta in buona parte del paese non riuscendo a defluire».
Ora la ricostruzione del terrapieno rimossi i binari rimasti sul vuoto scavato dall’acqua.




