Ammetto che l’algoritmo di Instagram funziona, perché sa sempre cosa mi interessa per davvero. Devo però reperire il numero privato, di tale signor algoritmo, e comunicargli che non tutti i miei interessi collimano con quello che mi propina. Amo correre, ad esempio, ma nelle ultime settimane ho sviluppato una certa repulsione verso gli influencer della maratona.

Alcuni sono molto bravi, lo ammetto, perché postano reel, video e contenuti interessanti con un alto livello di competenza tecnica. Quelli che però sono a caccia di follower li riconosci subito. Completi tecnici che nemmeno il nuovo recordman mondiale Sawe, video in cui dicono di essere impegnati in una corsetta «easy» a passo 4’20’’ al chilometro, quando in realtà un qualsiasi runner amatore riconosce il loro affanno nel comunicare, tipico di chi è già in soglia a livello cardiaco.
Diffidate dai loro consigli. E la cosa tragica – lo dico davvero – è che i video non li fanno solo in allenamento, ma perfino durante le gare. All’ultima maratona di Milano, quando al 30° chilometro stavo ascoltando le mie sensazioni, una davanti a me ha tirato fuori lo smartphone e ha iniziato una diretta social dopo essersi sistemata i capelli. Mi chiedo quali benefici possa dare un’attività fisica svolta in quel modo.




