Azzurri: uomini o collegiali?

L’ennesima débâcle azzurra è già lontana 8 giorni: nell’era che tutto divora e sputa in fretta è già un’eternità. Però gli Europei sono nella loro fase calda ed è perciò inevitabile ripensare all’ultima Nazionale che ci è toccata in sorte. Sì, dai valori tecnici mediocri. Sì, tatticamente in stato confusionale. Sì, senza gioco.
Ma al di là delle considerazioni squisitamente calcistiche, la crisi del sistema è forse anche un po’ figlia di come umanamente i giocatori sono considerati: li si tratta alla stregua di ragazzini in collegio, richiusi in una bolla, al riparo dal mondo, dal contraddittorio. I ragazzi, per questioni generazionali, sono già poco propensi alle interazioni umane soppiantate da quelle tecnologiche: in più li si disabitua al confronto, li si deresponsabilizza. Solo che se a chi deve metterci la faccia si impedisce di imparare a mettercela, se non si insegna che da grandi poteri derivano grandi responsabilità, e che pure suscitare empatia è una cosa seria, poi è difficile stupirsi se la risposta alle difficoltà sono gambe molli e facce impaurite. Difficile stupirsi di fronte a espressioni apparse persino di sollievo al fischio finale con la Svizzera.
«Dietro al giocatore c’è sempre l’uomo», ci insegnò Carlo Mazzone. Ecco: forse i calciatori dovrebbero anche iniziare a pretendere di essere trattati più da uomini che da collegiali.
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