Una relazionepuò diventare una stanza dalla quale non si riesce più a uscire.All’inizio sembra un riparo dal silenzio, poi le pareti si avvicinano, le porte si riempiono di serrature e perfino la cura cambia significato. La premura diventa sorveglianza, la responsabilità assume il tono del controllo, il bisogno dell’altro prende il posto di ogni altro bisogno. A quel punto non è più semplice distinguere chi stia salvando chi, né capire se restare sia una prova d’amoreo il sintomo di unapaura. È in questa terra di confine che la solitudine incontra la dipendenza affettiva e due fragilità, anziché sostenersi, cominciano a moltiplicarsi.
È precisamente dentro questa zona irrisolta che si muove"Ti lascio restare"diRoberto Dubini, pubblicato dalGruppo Albatros Il Filo, un romanzo in prima persona dalla marcata impronta confessionale, che prende avvio dall’isolamento di Riccardo, reduce da anni vissuti quasi in clausura fra depressione, lavoro e relazioni interrotte. La pandemia ha ristretto ulteriormente il suo mondo, affidato alla compagnia delle due gatte e a una socialità ormai ridotta ai minimi termini. Il desiderio di ricominciare lo riporta prima sulle applicazioni d’incontri e poi alla musica. Sarà un annuncio per la ricerca di una cantante a condurlo versoNatalie, trentacinquenne dai capelli rossi, laureata in lingue, aspirante insegnante e presenza capace di imprimere alla sua esistenza un’accelerazione improvvisa.
L’incontro contiene già, in miniatura, molti elementi del rapporto futuro: l’impulso, l’anticipo, una confidenza rapidissima e la sensazione di conoscersi da molto più tempo. Riccardo torna a sentirsi visibile; Natalie trova un interlocutore disponibile ad ascoltare, organizzare, accompagnare e rassicurare. L’intensità si sostituisce alla gradualità. Nel giro di pochi giorni entrano in scena la casa, la famiglia, le promesse, le prime incomprensioni e un’alternanza sempre più netta fra vicinanza e rifiuto.Dubini lascia che siano gli appuntamenti, i viaggi in automobile, le notti insonni, i messaggi e le improvvise sparizioni a rendere percepibile il passaggio dalla frequentazione alla dipendenza.
La cronologia del volume procede in modo lineare, ma il movimento profondo è circolare: avvicinamento, crisi, separazione, promessa, ritorno. La reiterazione non rappresenta un difetto accidentale della costruzione. È, al contrario, il dispositivo attraverso il quale il lettore sperimenta il funzionamento del legame traumatico. Ogni rottura sembra definitiva e ogni riconciliazione porta con sé una speranza che il racconto ha già insegnato a guardare con inquietudine.
Riccardo assume progressivamente tutti i ruoli che la relazione gli consegna. È compagno, confidente, autista, segretario, organizzatore del lavoro, mediatore con la famiglia e regolatore esterno dell’umore di Natalie. La sua giornata comincia a dipendere dagli orari di lei; gli amici si allontanano, gli impegni professionali arretrano, il sonno diventa un privilegio. La casa, inizialmente descritta come il rifugio più intimo, viene occupata dagli oggetti e dalle esigenze della compagna fino a cambiare fisionomia. Propriolo spazio domesticocostituisce uno dei simboli più efficaci del libro: è porto sicuro e gabbia, luogo dell’accoglienza e territorio da difendere, promessa di convivenza e misura concreta della sparizione del protagonista dalla propria vita.
Il nucleo più incisivo di "Ti lascio restare" risiede nellarappresentazione della fantasia salvifica. Riccardo è convinto che comprendere Natalie significhi poterla sottrarre all’alcol, all’angoscia, ai pensieri intrusivi e alle condotte autodistruttive. Studia articoli e manuali, consulta professionisti, elabora strategie, impara perfino a scegliere il tono delle frasi. Più la situazione si aggrava, più il sentirsi necessario gli restituisce una paradossale energia. Il libro coglie così un meccanismo difficile da ammettere: anche chi soccorre può dipendere dalla persona soccorsa.Sentirsi indispensabili può diventare una droga subdola, capace di far scambiare l’esaurimento per dedizione e la rinuncia a sé per una prova di lealtà.
Dubini non elimina, però, l’ambiguità fra protezione e controllo. Riccardo stabilisce regole, informa i genitori di Natalie, la segue, cerca di limitarne l’accesso all’alcol e interpreta i suoi comportamenti attraverso categorie psicologiche apprese autonomamente. In alcuni momenti ammette di essere diventato rigido, intrusivo, offensivo o manipolatorio. Riccardo non osserva il rapporto dall’esterno, ma racconta mentre è ancora preso nel suo meccanismo.
Alcolismo, salute mentale e violenzasono affrontati nella loro concretezza quotidiana, senza ridursi a etichette astratte. Accanto a essi emergono la paura dell’abbandono, l’autonomia economica, il lavoro come possibilità di identità, l’invadenza familiare e l’esaurimento di chi presta cura. Un merito particolare del romanzo consiste nel raccontare senza reticenze la violenza subita da un uomo, argomento ancora spesso circondato da incredulità e vergogna. Natalie non viene tuttavia ridotta a una figura univoca: conserva talento, intelligenza, ironia, ambizione e un magnetismo capace di illuminare improvvisamente le scene. Proprio l’alternanza fra incanto e distruzione permette di comprendere perché il protagonista continui a tornare. Se fosse soltanto un mostro, il legame sarebbe narrativamente e umanamente più facile da sciogliere.
La scrittura sceglie l’immediatezza. La prosa è colloquiale, spesso ruvida, attraversata da sarcasmo, cultura pop, titoli di canzoni e battute che alleggeriscono per pochi istanti una materia dolorosa. Dubini alterna il racconto retrospettivo alla riproduzione di lunghi scambi di messaggi. Questa componente documentaria imprime ritmo e rende il lettore testimone dell’estenuante ripetizione. Bottiglie, telefoni, automobili, chiavi e porte chiuse formano intanto un lessico materiale della prigionia, mentre lo stomaco di Riccardo, spesso evocato come sede di un’intuizione ignorata, diventa il sensore fisico di una verità che la mente non vuole accettare.
Per la natura del nodo sentimentale, alcune pagine richiamano "Lacci" di Domenico Starnone, dove partenze e ritorni stringono anziché sciogliere il rapporto. L’attenzione alla fragilità psichica e alla fatica della cura può ricordare Daniele Mencarelli, sebbene la voce di Dubini sia più diaristica. Nel coraggio di esporre anche ciò che compromette l’immagine di chi racconta affiora, con le dovute distanze stilistiche, qualcosa della scrittura autobiografica di Annie Ernaux. Il punto di forza specifico di Dubini resta peròla cronaca ravvicinata: non offre al lettore una teoria dell’amore tossico, ma lo conduce dentro i suoi giorni, nel progressivo restringersi delle alternative e nella capacità che ogni breve tregua possiede di cancellare il ricordo del dolore.
Anche il titolo racchiude questa contraddizione. “Lasciare” dovrebbe indicare una separazione; “restare” presuppone invece una permanenza. Nel romanzo i due verbi convivono perché ogni addio conserva una richiesta di ritorno e ogni ritorno prepara un’altra possibile fuga."Ti lascio restare" è la formula paradossale di chi vorrebbe liberare l’altro senza riuscire a liberarsene, ma anche di chi comprende troppo tardi che l’amore non attribuisce il potere di guarire una persona al suo posto. Il libro di Roberto Dubini trova la sua verità più dolorosa proprio qui: ci si può lasciare continuando a restare prigionieri, e qualche volta la libertà comincia soltanto quando nessuno pretende più di salvare nessuno.
Comunicato Stampa: "Ti lascio restare", anatomia di un amore che diventa dipendenza

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