L’orizzonte del possibile

Ogni crisi porta con sé possibilità. Sia chiaro, qui non si parla di una visione del mondo, in bilico tra autoconvinzione, consolazione e iperliberismo, che nelle difficoltà vede solo le opportunità future. Una crisi è tale perché mette in discussione tutti gli elementi di un sistema e il primo passo è superarla, limitandone al massimo le conseguenze negative. Detto ciò è vero che quando qualcosa cambia allora il campo delle possibilità si allarga.
Prendiamo un evento come la peste nera del 1348. Diretta conseguenza fu la morte di circa un terzo della popolazione europea di allora, circa 25 milioni di persone. Questa mancanza di esseri umani, e quindi di lavoratori, fece sì che chi sopravvisse aumentò le proprie richieste «salariali». Maggiori guadagni del «popolo magro» portarono alla crescita dei risparmi quindi a spese maggiori, in primis cibo, vino e vestiario.
Dopo la peste fiorirono perciò il commercio di tessuti non di pregio, le taverne e l’allevamento di bestiame, in quei campi rimasti vuoti dopo la morte di tanti braccianti. Nacquero proprio allora alcune eccellenze agroalimentari che ancora oggi conosciamo, come quel formaggio «Piacentino» che cambiò il nome in «Parmigiano» dopo uno dei tanti scossoni politici dell’epoca. In tempi molto più recenti un’altra pandemia ha stravolto il mondo, portando in modo definitivo nella nostra quotidianità il digitale. E ancora prima la crisi del 2008 ha costretto le imprese a rivedere i loro modelli di business.
Adesso siamo in una situazione non dissimile, forse meno emergenziale. Tra guerre e incertezze geopolitiche - delle quali Trump è solo l’ultima -, costi di energia e materie prime alle stelle e catene del valore sempre più incerte, la crisi è dietro l’angolo. Eppure l’orizzonte delle possibilità non è oscurato, basta non pensare che il possibile sia necessariamente un’opportunità. E quindi un destino che prima o poi si manifesterà.
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