La bioraffineria e i funghi per dare nuova vita agli scarti dell’agroindustria

Marco Papetti
L’Unversità di Brescia ha attivato tre progetti per ridurre lo spargimento nei campi e creare prodotti «verdi»
Il fungo digerisce all’esterno e il prodotto risultante dal processo viene raccolto
Il fungo digerisce all’esterno e il prodotto risultante dal processo viene raccolto
AA

Bioraffineria: una pratica dietro cui si cela la ricerca di soluzioni sostenibili per gli scarti organici agroindustriali, da trasformare in prodotti utili in agricoltura quali biostimolanti o biopesticidi.

Un processo che passa attraverso la loro fermentazione in stato solido tramite funghi, studiato dalla Piattaforma di microbiologia agroalimentare e ambientale (PiMiAA) nel laboratorio della professoressa Emanuela Gobbi, docente di Patologia vegetale all’Università dedli Studi di Brescia.

«Di scarti agroalimentari se ne producono tonnellate all’anno e lo spargimento nei campi non è sempre sostenibile - spiega il ricercatore in Chimica degli alimenti Gregorio Peron, collaboratore di Gobbi -. Molti scarti contengono composti chimici poco benefici, come i polifenoli, che hanno attività antimicrobica e possono danneggiare suolo e piante».

Ecco allora i funghi: «La bioraffineria fungina è un sistema che utilizza microorganismi del regno dei funghi che digeriscono il proprio nutrimento all’esterno, che noi raccogliamo - spiega la professoressa Gobbi -. L’uso di questi funghi è fatto in stato solido, senza acqua, e ciò significa un grosso risparmio. Si usano scarti organici di qualsiasi tipo: alla fine, con il fungo che l’ha prodotta, rimane una massa fermentata che può essere immesso nei campi in maggiore quantità. Se il fungo è benefico entra in interazione con le piante e ne promuove crescita e difesa». Una ricerca inaugurata prima del Covid, con diversi progetti in corso.

Uno è appunto «TrichEco», ricerca biennale sul fungo biostimolante Trichoderma e sul suo ecosistema microbico: «Da quarant’anni viene utilizzato come biostimolante - spiega Peron, responsabile scientifico del progetto -. Scopo del nostro progetto è produrlo tramite la fermentazione a stato solido da scarti agroalimentari. I prodotti che otterremo li testeremo in vitro e in serra su piante di pomodoro e rucola per vedere se i nostri biostimolanti possano portare ad ottenere frutti più nutrienti e con una popolazione microbica più salutare».

Con Ingegneria

Un atro progetto è «RiAPro», a cui collaborano anche i professori Ivano Alessandri e Elza Bontempi del Dipartimento di ingegneria: qui gli scarti agroalimentari sono la matrice da cui ottenere, sempre tramite fermentazione a stato solido, funghi benefici e biopesticidi per il pomodoro. «Nell’ultimo anno sarà sviluppato un prototipo di media scala - spiega Gobbi -. Abbiamo ottenuto il finanziamento perché abbiamo dato dati preliminari incoraggianti».

Infine, lo studio di Trichoderma ha applicazione anche in un progetto internazionale, «BIOACT», con capofila l’Università di Torino e al quale la Statale di Brescia partecipa con altri atenei: lo scopo è trovare pratiche che migliorino la resilienza ai cambiamenti climatici degli ecosistemi agricoli del Mediterraneo, in particolare della coltivazione del frumento.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@Tecnologia & Ambiente

Il futuro è già qui: tutto quello che c’è da sapere su Tecnologia e Ambiente.