Il Pnrr in Italia non è più di moda

Le persone, si sa si stancano facilmente e per antonomasia una moda è destinata a sostituirne un’altra in breve tempo. Ciò vale anche per quanto riguarda l’economia, sia essa pubblica o privata, dove alcuni temi - ricordate il «fare rete», la «resilienza», la «digitalizzazione»? - prima sembrano imprescindibili poi si perdono nel mare magnum dell’abitudine.
E come non citare come paradigmatico l’esempio del Pnrr? Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, figlio dell’Europa ed eredità del Covid, per mesi, anzi anni è stato sulle prime pagine dei giornali, sulla bocca dei politici e nei business plan di aziende ed enti locali. Ora invece nella narrazione italiana sembra quasi non esistere più.
Eppure quei 194,4 miliardi di euro (122,6 miliardi in prestiti e 71,8 miliardi in sovvenzioni, dato aggiornato a dicembre 2023) rappresentano ancora una fonte primaria di sviluppo per il Paese, lungo le direttrici della doppia transizione, digitale ed ecologica. Perché lungi dall’essere una moda questi due temi sono l’unico architrave sul quale costruire la competitività dell’Italia. Chi dice il contrario o sbaglia o mente.
Il fatto che però il Pnrr non sia più sulla bocca di tutti è, fatta salva quella noia emergente così connaturata alle persone, indicativo. Arduo compito è infatti addentrarsi e aggirarsi per nella babele del Piano, tra adempimenti, scadenze, decreti attuativi, mancanza di personale e chi più ne ha più ne metta. Il tutto complicato dagli aggiornamenti sopravvenuti, a partire da quello legato al REPowerEU, e da quelli che arriveranno. Lo Stato dal canto suo sembra sempre rincorrere e non anticipare le opportunità che pure sono evidenti ma che, come tutte le cose belle, hanno una scadenza.
Per il Pnrr quella data è il 2026 e c’è da star certi che se l’Italia entro allora non avrà sfruttato ciò che l’Europa ha messo in campo, avrà perso la miglior occasione per ritagliarsi una nuova centralità, non solo continentale ma globale.
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