Vcb Securitas, «Tecnologia e sicurezza: le guardie lavoreranno con i droni»

«Sa che per anni, la prima telefonata del mattino, di buonora, l’ho ricevuta dal Giornale di Brescia?». Lorenzo Crescini non lo ammette a parole, ma la nostalgia per quel rito mandato in prescrizione dall’evoluzione dei tempi è palese. Anche per questo motivo, forse, più che per raccontare dei suoi ottant’anni festeggiati alcune settimane fa, si è seduto al tavolo con noi, concedendosi una deroga alla sua routine fatta di scadenze amministrative, rendiconti e appuntamenti istituzionali. «I suoi colleghi - rivela il presidente della Vcb Securitas - volevano sapere come fosse passata la nottata in città: io a quell’ora avevo già sulla scrivania il rapporto notturno di tutte le guardie e - ammette con un sorriso sornione - ci scambiavamo qualche informazione ...».
Era un tipico esempio di negoziazione che gli inglesi definirebbero «win-win»: una trattativa nella quale si ottiene come risultato una soluzione vantaggiosa per entrambe le parti. In estrema sintesi: con la testimonianza di Crescini il nostro quotidiano si assicurava una notizia «di nera» e, contestualmente, quella che un tempo si chiamava «Vigilanza notturna città di Brescia» e oggi appunto Vcb Securitas, si guadagnava una «comparsa» sulle colonne del primo giornale locale. Affare fatto.
Lo testimoniano gli album dei ricordi in cui sono raccolti centinaia di articoli ritagliati dal GdB, puntualmente datati a mano, rigorosamente ordinati secondo una rigida scansione temporale e che l’imprenditore tiene aperti sul tavolo luccicante quanto le pareti in vetro dell’ufficio. Lorenzo Crescini non porta la divisa, ma è un uomo d’ordine. Probabilmente è stato anche un buon soldato, ma non ha mai fatto una ronda. «Ero un giovane ragioniere che doveva andare a lavorare in banca, così almeno avrebbe voluto mia madre - ricorda -. Mio zio, invece, il commendatore Battista Crescini, il 1° novembre del 1966 mi diede un posto da impiegato qui, in azienda e ... sono ancora qui».
Lorenzo Crescini è discreto e sistematico: lo si capisce ancor prima che il figlio Francesco mostri la risma di relazioni scritte a mano con cui il padre lo tiene quotidianamente aggiornato sulla situazione economico e finanziaria dell’azienda. Seppur consapevole del suo ruolo apicale in azienda, inoltre, non ostenta alcuna vanità per la carica ricoperta. L’ottantenne originario di Pisogne racconta la sua storia con passione e pragmatismo. Lorenzo Crescini è un uomo che probabilmente con il lavoro ha nobilitato anche la sua parte spirituale, un po’ come l’operaio Tino Faussone di Primo Levi nel romanzo «La chiave a stella» del 1978. «Io vengo in ufficio tutti i giorni, compresi il sabato e la domenica», ammette il bresciano.
Avete così tanto lavoro?
«Questa azienda, come la vostra (Il Giornale di Brescia, ndr), è operativa sette giorni su sette, ventiquattro ore su ventiquattro, senza distinzione fra giorni festivi e feriali. Quando ho iniziato io il lavoro di gestione era molto più manuale di quello attuale: avevamo 12mila clienti e non c’erano i computer ... ».
Oggi, però, la tecnologia vi è corsa in aiuto. No?
«Senza dubbio. Pensi che da sempre investiamo una parte degli utili in innovazione, cosa tutt’altro che scontata nel nostro settore, in particolare modo se contestualizzata a trenta o quarant’anni fa. Le faccio un esempio: negli anni Sessanta distribuivamo ai nostri soci una parte dell’utile e la quota rimanente la utilizzavamo per acquistare i motorini che in seguito avrebbero sostituito le biciclette del metronotte. In anticipo rispetto ai nostri concorrenti abbiamo investito parte degli utili anche per migliorare le nostre divise, dotandole ad esempio di un giubbino antiproiettile».
Mi perdoni la sfacciataggine: perché viene in azienda tutti i giorni?
«Non sono capace di fare altro che il mio lavoro. Me lo rimprovera spesso anche mia moglie (sorride, ndr). Lei dice che l’ultima volta che mi sono dato da fare a casa è stato nel 1985, quando mi ha costretto a spalare la neve nel cortile».
Percepisce che i suoi figli hanno ancora bisogno di lei?
«In realtà Michele e Francesco, rispettivamente vicepresidente e direttore della nostra società cooperativa, lavorano in piena autonomia. Io osservo. Prima di prendere una decisione comunque mi chiedono un parere, poi agiscono e quindi mi informano di quello che hanno fatto. Io sono a loro disposizione. Questo lavoro, come può immaginare, ha condizionato la nostra vita familiare. C’è stato anche un momento, molti anni fa, che ero da solo alla guida dell’azienda e speravo che anche a loro crescesse dentro la mia passione».
A quanto pare, ha avuto una buona influenza su di loro.
«In effetti è andato tutto per il verso giusto. Michele è un ragioniere con la "R" maiuscola; mentre Francesco, dopo aver fatto esperienza in tutte le aree dell’azienda (dalla centrale alle ronde e fino all’ufficio acquisti) si è preso la responsabiltà di gestire tutta la parte operativa, ma non solo. Tra di loro vi è un ottimo rapporto, si dicono tutto: se non si vedono per un giorno, si confrontano al telefono per delle ore, come se fossero dei fidanzati (altro sorriso compiaciuto, ndr)».
Lei è in azienda da quasi sessant’anni: è entrato come impiegato e ora è presidente, con una quota di maggioranza del capitale. Nel frattempo la Vigilanza notturna città di Brescia si è trasformata in Vcb Securitas, trasferendosi da contrada Santa Chiara a via Valcamonica, ma rimanendo una cooperativa. Perché?
«Non potevamo più rimanere nel centro storico cittadino: avevamo bisogno di più spazio. E poi in contrada Santa Chiara la nostra attività era diventata troppo "rumorosa" per una zona residenziale di quel tipo. Mi creda, mio figlio Francesco è stato bravo ad insistere perché ci trasferissimo qui in via Valcamonica. Per noi, inoltre, non è mai stato facile reclutare personale: come le ho detto prima, qui si lavora giorno e notte, 365 giorni l’anno. Negli anni Sessanta assumevamo i contadini che si trasferivano in città ed erano abituati a lavorare di notte. Oggi, invece, viene a cercare lavoro da noi chi vuole diventare una guardia professionista. La cooperativa è stata per lungo tempo una forma di garanzia ulteriore che davamo ai lavoratori e che spesso diventavano anche nostri soci. Tuttavia, non siamo arroccati a questa forma societaria: guardiamo oltre, presto le darò altri dettagli su questo aspetto».
Dovrò telefonarle anch’io di buonora come facevano alcuni miei vecchi colleghi?
«Sì, ma non domani (sorride ancora, ndr)».
Lo scorso anno avete aperto una società in Spagna, ora avete sul tavolo delle acquisizioni?
«Operiamo già a livello nazionale e contiamo due centrali operative. L’azienda cresce nel volume d’affari (il 2022 si è chiuso con un monte ricavi intorno ai 25 milioni), aumenta la necessità di avere tra le proprie file figure specializzate che possano rispondere alle nuove esigenze della clientela. Credo che un salto dimensionale sia per noi, in un futuro prossimo, inevitabile. Ma lo vogliamo condurre da soli, in piena autonomia».
Mi sta dicendo che vi siete già seduti al tavolo con altri operatori, ma l’operazione non è andata a buon fine?
«Quando si sottoscrive una partnership vi è una condivisione di ruoli e responsabilità: un socio non può prevalere sull’altro. I miei figli hanno progetti a cui tengono molto e che a mio parere daranno un futuro alla nostra azienda. Sono sicuro che li perseguiranno al meglio».
Quando lei è entrato in azienda c’era il metronotte in bicicletta, oggi usate l’occhio elettronico delle telecamere. E in futuro?
«La tecnologia sta incidendo molto anche sulla qualità dei nostri servizi. Non ho certezza, ma è probabile che le nostre guardie useranno i droni, coprendo dall’alto una zona di sorveglianza più ampia di quella di cui già godono con il supporto delle telecamere».
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