Quote latte: un cortocircuito senza soluzione da 24 anni

L’Europa boccia l’Italia, che non sa però come muoversi con chi ha pagato le multe e non lo doveva fare oppure lo doveva fare in quote inferiori. E soprattutto le autorità non sanno come battere cassa a chi 20 anni fa è stato (erroneamente) escluso dalla liste delle aziende soggette a prelievo.
Traduzione: siamo davanti all’ennesimo cortocircuito sul tema delle quote latte che si trascina da metà degli anni Novanta.
Eppure oggi, a distanza di 24 anni da quel 17 febbraio 1999 in cui 25 agricoltori bresciani vennero arrestati con l’accusa di blocco stradale nell’ambito dell’allora ennesima protesta dei Cobas, sul tema delle quote latte ci sono dei punti fermi. Come la sentenza della Corte di giustizia Europea dell’11 settembre 2019, che ha stabilito che i criteri di compensazione adottati dall’Italia, su tutte le annate a partire da quella del 1995-96, erano anticomunitari e sbagliati.
I parametri introdotti dalla L 43 del ’99 - è stato deciso dalla giustizia europea - favorivano una parte di aziende che aveva comunque prodotto più latte rispetto alla quota italiana disponibile, a discapito di altre poi costrette a pagare per tutti.
Ricalcolo
L’Agea, l’Agenzia italiana per le erogazioni in Agricoltura, recependo la sentenza europea adottata anche dal Consiglio di Stato, in una pec inviata a Regione Lombardia e Ministero dell’Economia nell’ottobre del 2020 aveva messo nero su bianco che «la sentenza ha conseguenze estremamente rilevanti. Semplicemente: occorrerebbe ricalcolare i prelievi dovuti e pagati, rideterminando così tutti i rapporti di debito/credito».
Un esempio? Per l’annata 2004-2005 le aziende in esubero per la quantità di latte prodotto erano 15.698, ma - in base ai criteri di compensazione - la multa di 142 milioni di euro era stata addebitata «solo» a 1.222 aziende. Nel 2022 recependo la sentenza Europea, Agea ha ricalcolato che la multa doveva in realtà essere ripartita su 11.534 aziende. Di fatto Agea non ha mai chiesto nulla a 10.312 aziende agricole che dovevano in realtà concorrere a pagare la multa.
«É l’esempio più significativo tra tutte le annate. Se l’Italia avesse suddiviso la multa su tutti i produttori che avevano prodotto più del consentito, l’importo sarebbe stato inferiore per tutti. L’Italia non sarebbe andata in procedura di infrazione, non sarebbero nati i Cobas e la questione si sarebbe risolta già 20 anni fa» commenta l’avvocato bresciano Fabrizio Tomaselli, che ha presentato ricorsi per centinaia di aziende, che negli anni si è seduto a tavoli tecnici del ministero ed è stato componente di due commissioni di inchiesta a livello ministeriale.
E adesso? Ora l’Italia si trova nelle condizioni di dover elevare multe per chi all’epoca era stato «esentato» e che invece secondo i regolamenti comunitari avrebbe dovuto «scontare» l’esubero di latte prodotto (si parla di almeno 150 milioni di euro all’anno fino al 1994-95). Nello stesso tempo, però, andrebbero ridotte o addirittura azzerate le sanzioni notificate agli agricoltori che le hanno già corrisposte. L’Europa resta in attesa di una soluzione a questo grovoglio, dopo aver contestato all’Italia il mancato recepimento della direttiva. «Il nostro Paese è in procedura d’infrazione perché non sono stati applicati i regolamenti comunitari in maniera corretta e perché l’Italia ha introdotto norme anti-comunitarie per il recupero del prelievo, producendo un effetto distorsivo della concorrenza e violando i principi di parità del diritto» spiega l’avvocato Tomaselli.
«É stato permesso che la multa per le quote latte - prosegue - venisse addebitata a chi non la doveva pagare, quantomeno per quell’importo, facendo in modo che invece non la saldassero aziende che erano oggettivamente tenute al pagamento». Con il risultato che molti allevatori si ritrovanoancora oggi conti bloccati o aziende ipotecate, rimanendo in attesa di una presa di posizione della magistratura italiana in base alla sentenza della Corte europea. Nel frattempo, tuttavia, gli stessi allevatori continuano a pagare le «vecchie» multe e a subire gli effetti delle procedure esecutive. Inoltre, chi ha già vinto il ricorso, scoprendo di aver pagato molto più di quanto avrebbe dovuto, oltre alla beffa ha subito un danno. Perché se con una mano lo Stato toglie, con l’altra mette. E chiede il pagamento degli interessi sulle quote non versate.
«La soluzione più opportuna sarebbe quella di bloccare tutte le iniziative di recupero e le cartelle esattoriali» propone l’avvocato Tomaselli. La partita è sul tavolo del Governo e delle associazioni di categoria. Tra le ipotesi si valuta la rateizzazione in 30 anni senza interessi.
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