Mancano i chip. E in queste settimane, quando si parla di ritardo nei tempi di consegna di un’auto nuova, la parola d’ordine è «fuori controllo». Perché la questione non è semplice quando si hanno davanti tempi di risposta a un ordine che possono anche arrivare a un anno tra la firma del contratto e la consegna della macchina. E la questione non interessa solamente chi sperava di andare in ferie con l’auto nuova: il problema pesa anche sul mercato dell’usato, grava sui costi fissi delle concessionarie, incide sui leasing scaduti, condiziona l’attività del magazzino perché molti ricambi non arrivano e, soprattutto, su quegli automobilisti che, usando l’auto per ragioni di lavoro non possono farne a meno, affrontando alti chilometraggi quotidiani e confrontandosi quindi con maggiori probabilità di guasti o sinistri.
I problemi
Due i fattori scatenanti questo grande caos che riporta alla mente (ma allora le ragioni dei ritardi nelle consegne erano altre) gli anni Settanta con le stagioni delle grandi vertenze sindacali italiane dei meccanici. Oggi da un lato c’è la speculazione in atto sulle materie prime, che porta i costruttori a muoversi prudentemente sui mercati, e dall’altro il chip shortage, ovvero la scarsità sul mercato di semiconduttori, dovuta al confronto commerciale tra Usa e Cina (ma solo per i semiconduttori di usi più avanzati), ma che interessa anche i chip più semplici, quelli per le automobili, per l’elettronica di consumo e per un numero potenzialmente infinito di oggetti d'uso quotidiano. Molti dei chip che dovrebbero arrivare all’industria automobilistica per ragioni diverse restano nei paesi di produzione con conseguente, come disse una volta Niki Lauda, «crande kasino», perché le nostre auto sono piene di chip ed al posto del pulsante per alzare o abbassare i cristalli la manovella non si può più mettere. Quindi bisogna aspettare. Quanto?



