Confindustria Brescia

Le Pmi sono le vere filiere. Un’affermazione diretta, chiara, che restituisce al contempo il reale valore delle piccole e medie imprese all’interno del tessuto imprenditoriale bresciano e nazionale. A sostenerlo è Barbara Ulcelli, presidente della Piccola Industria di Confindustria Brescia, che però va anche oltre: «Senza Pmi non esisterebbe grande impresa – evidenzia –. Ecco perché da loro dovrebbe partire una nuova legislazione industriale: servono norme costruite sulle Pmi, non pensate per le grandi aziende e poi adattate, a volte con fatica, al tessuto reale del Paese».
Presidente Ulcelli, perché dice che le Pmi sono le vere filiere dell’industria?
Perché quando parliamo di piccole e medie imprese siamo ancora portati a pensare a un mondo legato prevalentemente ai servizi. In realtà il grosso delle Pmi, soprattutto nel manifatturiero bresciano, è parte integrante delle filiere industriali. Le grandi imprese non esisterebbero senza il sistema di subfornitura, di specializzazione e di competenze che le Pmi esprimono ogni giorno: sono l’infrastruttura produttiva dell’Italia.
Quanto contano in termini numerici nel sistema Confindustria e nel territorio bresciano?
Mi limito a rispondere per Brescia, poiché siamo di fronte a tipologie di classificazione differenti (a livello nazionale una Pmi è fino a 250 dipendenti, nell’associazione di via Cefalonia si è optato per 100 ndr). Nella nostra Associazione, queste imprese sono ben l’87%. È quindi evidente che, se il cuore del sistema industriale è fatto di Pmi, servono politiche industriali che partano da questa realtà e non unicamente dal modello della grande azienda.
Uno dei temi più dibattuti in questi anni, soprattutto alla luce delle trasformazioni radicali dei mercati e dell’incertezza geopolitica, è la crescita dimensionale delle piccole e medie imprese.
Si tratta di una leva importante e come tale rimane un obiettivo da perseguire. Questa crescita però non può essere solo dimensionale, ma deve andare di pari passo con quella della governance, delle competenze manageriali e della capacità di governo dell’impresa.
Perché la governance è così centrale?
Perché l’aumento della dimensione rende le aziende più strutturate, ma anche più esposte ai cicli economici, che oggi sono sempre più rapidi e spesso difficili da prevedere. Le Pmi sono storicamente molto adattabili, ma se la crescita non è accompagnata da un adeguamento dei modelli di gestione, il rischio è quello di trovarsi più fragili di prima.
La crescita può passare anche da forme di aggregazione?
Assolutamente sì. Crescita dimensionale significa anche unione di più aziende, costruzione di filiere più integrate, reti di impresa, operazioni di aggregazione industriale. È una strada sempre più necessaria se vogliamo competere in mercati globali con imprese molto più grandi. Anche perché, ricordiamocelo, quelle che per noi italiani sono grandi aziende, nel mondo sono medie o addirittura piccole.
Qual è oggi la vera leva per aumentare la produttività del Paese?
Credito e investimenti sono strumenti fondamentali, ma la vera leva è proprio il tessuto economico delle Pmi. Se non rafforziamo strutturalmente queste, non aumenteremo in modo stabile la produttività italiana. È sulle imprese, sulla loro capacità di crescere, innovare e organizzarsi, che si gioca il futuro.
Discutere d’impresa a livello pubblico però non pare più essere centrale come lo è stato in passato.
Serve effettivamente riportare l’impresa al centro della politica industriale e del dialogo nazionale. È inequivocabilmente uno dei principali motori di sviluppo economico e uno dei principali ascensori sociali. Se vogliamo benessere diffuso, dobbiamo rimettere al centro un sano senso di imprenditorialità.
Parliamo di sostenibilità. È un vincolo per le Pmi?
Io credo profondamente nella sostenibilità come leva di competitività, ma dobbiamo essere onesti: nel breve periodo sostenibilità e competitività non sempre coincidono. La sostenibilità – ambientale, sociale e di governance – richiede investimenti e quindi comporta costi nel breve termine. Nel lungo però è un fattore decisivo di posizionamento sui mercati.
Servono strumenti specifici per accompagnare le Pmi nella transizione sostenibile?
Sì, servono politiche dedicate. Non possiamo continuare a costruire norme pensate per le grandi imprese e poi calarle sulle Pmi. Occorrono leggi e strumenti ad hoc, che tengano conto delle dimensioni, delle strutture organizzative e delle capacità finanziarie delle piccole e medie imprese.
Lo stesso vale per il digitale?
Certamente. Il digitale è una leva necessaria, ma anche in questo caso serve supporto concreto alle Pmi. Non basta indicare una direzione: bisogna accompagnare le aziende con strumenti semplici, accessibili e realmente utilizzabili.
Un altro tema centrale è l’internazionalizzazione. Quale approccio è necessario?
Dobbiamo ragionare sempre più in termini di aggregazione, di filiere, di azione comune anche come sistema di rappresentanza. Il problema della frammentazione non riguarda solo l’Italia, ma l’intero tessuto produttivo europeo. Sia in questo caso che per il digitale, ma anche per numerosi altri servizi, mi sento di sottolineare come la struttura di Confindustria Brescia sia un’importantissima risorsa per tutte le Pmi.
E sulle grandi transizioni industriali, come quella, forse all’orizzonte, dall’automotive all’aerospazio o alla difesa?
C’è un grande lavoro da fare, ma non è impossibile. Come sistema Confindustria stiamo già lavorando su percorsi di riconversione industriale. Anche qui, però, il punto di partenza deve essere la piccola impresa.
In conclusione, qual è l’errore principale delle politiche industriali degli ultimi anni?
Il punto di partenza sbagliato. Le politiche nascono guardando alla grande impresa e poi vengono adattate alle Pmi. In un Paese come il nostro dovrebbe avvenire l’esatto contrario: partire dalla piccola e media impresa e costruire le norme a partire da lì. Solo così possiamo rafforzare davvero le filiere produttive e la competitività del sistema industriale italiano.
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