La dinastia bresciana delle cerniere lampo che ha sedotto il lusso mondiale

La società Lanfranchi venne fondata come bottonificio a Palazzolo nel 1887 dal bisnonno Giovanni, poi la svolta nel secondo dopoguerra con l’avvento delle zip. Oggi il gruppo è guidato dalla quarta generazione con i cugini Giulio e Gaetano
Roberto Ragazzi

Roberto Ragazzi

Giornalista

Una zip firmata Lanfranchi
Una zip firmata Lanfranchi

Se si osserva una borsa da migliaia di euro, una giacca di alta sartoria o una scarpa firmata, difficilmente lo sguardo si posa sulla chiusura lampo. Eppure è proprio lì che si concentra uno dei segreti del lusso contemporaneo. A raccontarlo è Gaetano Lanfranchi, quarta generazione della famiglia che guida, insieme al cugino Giulio, la Giovanni Lanfranchi, una delle tre aziende al mondo specializzate nella produzione di chiusure lampo di alta gamma.

Una storia che affonda le radici nel 1887, quando il bisnonno Giovanni lasciò il posto da caporeparto al Bottonificio Taccini per fondare una propria attività a Palazzolo sull'Oglio.

«La nostra storia nasce in quella che veniva chiamata la “piccola Manchester italiana” o anche la “button valley”. Famiglie di imprenditori e capitali svizzeri scelsero Palazzolo sull’Oglio per la sua posizione strategica, sfruttando i canali e le rogge derivate dall'Oglio per alimentare i macchinari e i cotonifici e soprattutto aziende produttrici di bottoni. Mio bisnonno Giovanni lavorava nel principale bottonificio della zona e nel 1887 decise di mettersi in proprio».

Fu una scelta coraggiosa. Quali passaggi l’hanno portata fino ad oggi?

Oggi parlare di startup è normale, ma allora significava investire tutto quello che si aveva in un'attività manifatturiera. L'azienda nacque producendo bottoni e crebbe rapidamente. Abbiamo ancora fotografie dell'epoca realizzate su lastre di vetro. Quando le guardo provo sempre una certa emozione: raccontano un mondo industriale che non esiste più e mostrano quanto fosse già avanzata la manifattura lombarda alla fine dell'Ottocento. Il bisnonno Giovanni morì prematuramente nel 1902 lasciando l'azienda agli otto figli. Il più grande aveva appena 15 anni. Furono anni complessi, superati grazie alla determinazione della famiglia e al supporto di figure manageriali che aiutarono a mantenere viva l'attività.

Lanfranchi, le cerniere lampo per i grandi nomi della moda
Lanfranchi, le cerniere lampo per i grandi nomi della moda

Per decenni si producono bottoni, come si arrivò alla chiusura lampo? 

La chiusura lampo viene spesso considerata un'invenzione moderna, ma i primi tentativi risalgono alla fine dell'Ottocento. Il sistema che conosciamo oggi nasce grazie all'ingegno di Gideon Sundback, inventore canadese di origine svedese, che perfezionò il meccanismo dei dentini e del cursore. Inizialmente nessuno intuì davvero il potenziale di questa innovazione. Furono i militari, come spesso accade, a coglierne per primi le possibilità. Durante la Prima guerra mondiale venne utilizzata su alcuni equipaggiamenti, mentre durante la Seconda guerra mondiale trovò applicazione nelle tute da volo. Era più pratica dei bottoni, garantiva maggiore protezione e una chiusura molto più rapida.

Quando cambia strada la Lanfranchi?

Durante la Seconda guerra mondiale. Producevamo bottoni in corozo, un materiale vegetale che arrivava dall'estero. Con il blocco navale mancava la materia prima, venivano meno i mercati tradizionali, soprattutto quello inglese. Fu in quel periodo che acquistammo la Società Italiana Chiusure Lampo di Milano e trasferimmo i macchinari a Palazzolo. Fu una scelta provvidenziale: lo stabilimento milanese venne successivamente distrutto dai bombardamenti. Da quel momento iniziò la nostra vera avventura nel mondo delle zip.

Una foto d'archivio: le prime lavorazioni delle cerniere Lanfranchi
Una foto d'archivio: le prime lavorazioni delle cerniere Lanfranchi

Negli anni Cinquanta arriva la svolta definitiva.

La Lanfranchi abbandona progressivamente i bottoni e si concentra esclusivamente sulle chiusure lampo. Prima quelle metalliche, poi negli anni Sessanta acquistiamo un brevetto tedesco per la tecnologia a spirale. Successivamente arrivano le chiusure pressofuse e una continua evoluzione dei materiali e delle lavorazioni. Quello che però è rimasto immutato è il nostro approccio: non limitarci a seguire il mercato, ma anticiparne le esigenze. È una filosofia che ci accompagna ancora oggi.

Oggi siete tra i leader mondiali del settore. Qual è il vostro vantaggio competitivo rispetto alla concorrenza asiatica?

Oggi il gruppo conta sette stabilimenti in Italia, ai quali si aggiunge il recente insediamento in Ungheria acquisito recentemente attraverso My Zip. Siamo una filiera completamente integrata. Partiamo da ottone, zama e poliestere e realizziamo internamente ogni fase produttiva. Noi non abbiamo mai pensato di vincere la battaglia del prezzo. Sarebbe una guerra persa in partenza. Produciamo interamente in Italia, sosteniamo costi energetici e del lavoro che non sono paragonabili a quelli di altri Paesi. Se il nostro obiettivo fosse quello di fare la zip più economica del mondo, avremmo chiuso da tempo.

Il segreto è quindi puntare sulla personalizzazione e la qualità.

Si, qualità, personalizzazione e velocità di servizio. Ogni giorno gestiamo circa 1.200 articoli differenti. Significa che cambiano colore del nastro, finitura galvanica, tipologia del cursore, dimensioni e caratteristiche tecniche. Molti dei nostri ordini sono inferiori ai cinquanta pezzi. Un cliente ci manda un campione di tessuto e noi sviluppiamo una soluzione dedicata. È un modello produttivo estremamente complesso che richiede competenze, organizzazione e una filiera completamente integrata. Il nostro modello produttivo è artigianalità industriale.

Che cosa significa essere artigiani industriali?

«Significa coniugare la cura del dettaglio tipica dell'artigiano con l'efficienza di un'organizzazione industriale. I nostri lotti medi sono inferiori ai cinquanta pezzi. Ogni chiusura può essere diversa dall'altra. Dietro c'è una macchina organizzativa che deve garantire tempi di risposta rapidissimi e qualità assoluta».

Una strategia che ha consentito di resistere alla concorrenza asiatica.

Noi non possiamo e non vogliamo competere sul prezzo. Produciamo interamente in Italia e ci rivolgiamo a clienti che cercano personalizzazione, prestazioni e affidabilità. Se una borsa da 4.000 euro ha una chiusura che non funziona, perde gran parte del suo valore.

Un abito interamente realizzato con le zip di Lanfranchi (designer Jecca Bawalan) - Foto Daniele Notaro/Instagram
Un abito interamente realizzato con le zip di Lanfranchi (designer Jecca Bawalan) - Foto Daniele Notaro/Instagram

Oggi il gruppo ha superato i 50 milioni di euro di fatturato e impiega quasi 500 persone, anche grazie alla recente acquisizione della società My Zip. Perché avete scelto di investire in Ungheria?

Per completare la nostra gamma. Siamo molto forti nel fashion e nella pelletteria. My Zip è specializzata nelle chiusure per l'abbigliamento tecnico e sportivo ad alte prestazioni. È un mercato complementare e in crescita. L'innovazione rimane una delle direttrici strategiche. L'ultima frontiera riguarda le chiusure realizzate in acciaio inox, completamente anallergiche e resistenti alla corrosione.

Ma il vero patrimonio dell'azienda resta la continuità familiare. Come avete affrontato il passaggio generazionale?

Con molta naturalezza. Nessuno di noi è mai stato obbligato a entrare in azienda. È una scelta che abbiamo fatto liberamente. Io e mio cugino Giulio. Ma nel cda ci sono anche mia sorella Paola e mia cugina Barbara rappresentiamo la quarta generazione. Ricordo ancora il giorno in cui, mentre stavo finendo l'università, decisi di fare la tesi in azienda. Mi presentai nell'ufficio di mio padre con il computer sotto braccio e gli dissi: «Da oggi inizio a lavorare». Lui mi guardò e rispose semplicemente: «Ah, bene». Non c'era un percorso prestabilito. Ho imparato osservando.

La terza e la quarta generazione dei Lanfranchi ancora in azienda
La terza e la quarta generazione dei Lanfranchi ancora in azienda

Quali valori avete ereditato?

Quello che definiamo «etica gentile». I conti si fanno prima con la coscienza e poi con il bilancio. Può sembrare un concetto romantico, ma è estremamente concreto. Significa rispettare i collaboratori, costruire rapporti duraturi con i fornitori, mantenere gli impegni presi con i clienti e ragionare sempre nel lungo periodo. Mio padre Guido e mio zio Gianantonio vengono ancora ogni giorno in azienda. La vicinanza quotidiana ha reso naturale il passaggio di conoscenze.

Se il fondatore Giovanni Lanfranchi potesse visitare oggi gli stabilimenti del gruppo, cosa lo colpirebbe maggiormente?

Probabilmente il clima che si respira in azienda. Noi abbiamo sempre avuto una visione molto umana dell'impresa. Credo che vedere dipendenti soddisfatti, fornitori coinvolti e clienti fidelizzati sarebbe per lui la soddisfazione più grande. Le tecnologie cambiano, i mercati si trasformano, ma i valori restano. E sono quelli che ci hanno permesso di attraversare due guerre mondiali, le crisi economiche e il Covid. Per questo siamo convinti che, qualunque cosa accada nei prossimi dieci anni, noi saremo ancora qui.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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