Ict: Italia più digitale, ma l’AI resta lontana

Dall’ultimo report della Commissione Europea 2025 (ex Desi Digital Economy and Society Index), il ranking dell’Italia, nell’ambito della digitalizzazione, è in miglioramento. La percentuale di Pmi con un’intensità digitale almeno di livello base è pari al 70,2%, allineata alla media europea: tuttavia, questo non vale per il ricorso all’intelligenza artificiale che riguarda solo l’8,2% delle Pmi, valori molto lontani dal target 2030 del 60%. Altro tasto dolente, come nel precedente anno, riguarda le competenze digitali: meno della metà della popolazione possiede almeno quelle di base, poco più di un quinto quelle più avanzate. Inoltre, sono carenti sia gli specialisti Ict sia i laureati, per i quali esiste una domanda in rapido e significativo ampliamento: i dati sono inferiori alla media Ue.
Altre importanti informazioni sono rinvenibili nel report annuale Anitec-Assinform, dal quale emerge nel 2024 una crescita media del mercato digitale del 3,7%. All’interno, alcuni segmenti presentano tassi di sviluppo rilevanti: tra questi i servizi Ict (7,4%), che comprendono i servizi di cloud, di cybersecurity, relativi alle tecnologie e alle piattaforme dell’intelligenza artificiale; il software e le soluzioni Ict (3,9%); i contenuti e la pubblicità digitale (5,6%). Il progresso del mercato ha anche connotato tutti i settori utilizzatori. La parte più hardware, dispositivi e sistemi, dopo il calo dei precedenti anni, presenta un modesto tasso positivo.

La puntualizzazione
Prima di analizzare i bilanci, è necessaria una premessa: il settore è prevalentemente composto da imprese medio-piccole e, al fine di meglio rappresentarlo, vengono escluse due realtà. La prima è Antares Vision per la sua dimensione; la seconda è Fibonacci per il sovradimensionamento di alcune voci. Per questa ragione e per l’inserimento di nuove imprese, i valori divergono, almeno in parte, da quelli del precedente rapporto.
Imprese in crescita, margini in calo, costi del lavoro in aumento
Nel 2024 prosegue l’evoluzione positiva del fatturato delle imprese bresciane, con un incremento del 10,4%, simile a quello dello scorso anno (10,1%). Tale andamento è discretamente diffuso in quanto ha coinvolto il 67,9% delle realtà esaminate. La crescita ha però portato con sé un calo dell’Ebit (-9,5%), subìto da circa la metà delle aziende, che si rifletterà sugli indici di redditività.
Essendo un settore non produttivo e considerate le caratteristiche dei servizi offerti, l’incidenza del valore aggiunto sulle vendite è molto alta e poco variabile nel triennio: nel 2024 si attesta al 51,1% (51,3% lo scorso anno) e, per una parte significativa, è assorbito dal costo del lavoro, che peggiora più di due punti percentuali, arrivando al 30,1% del fatturato. Questo determina la contrazione dell’Ebitda margin, anch’esso di livello interessante e pari al 21%. Non trascurabile è l’incidenza degli ammortamenti, in progressiva crescita e pari al 7,5%.
Come anticipato, la dinamica descritta ha comportato un peggioramento non trascurabile degli indicatori di redditività operativa: quella degli investimenti (Roi complessivo) è scesa di tre punti percentuali rispetto al 2023 e nel triennio è compresa tra l’11,2% del 2024 e il 13,7% del 2022. In modo analogo si contrae la marginalità sulle vendite (Ros) che, dopo due anni intorno al 17%, scende al 14,4%, con un’impresa che registra una perdita operativa. L’efficienza finanziaria nell’utilizzo degli investimenti non presenta alcuna variazione di rilievo.
Infine, il Roe, che esprime il ritorno sul capitale di pertinenza dei soci (mezzi propri), prosegue il suo percorso riduttivo, fino al 20,6%, quando a inizio triennio era del 28,7%; in regresso anche la redditività netta (quanti euro rimangono ai soci ogni 100 di ricavi), pari al 9,6%, due punti percentuali in meno rispetto a inizio triennio.

L’altra dimensione di analisi, la solidità, presenta variazioni meno marcate: il rapporto di indebitamento oscilla tra 1,2 a 1,3 nel periodo esaminato, influenzando in misura limitata il grado di sostenibilità del debito. Infatti, il rapporto tra oneri finanziari ed Ebitda è pari al 5%, valore molto basso ma in progresso nel triennio, a causa di due fattori: più oneri finanziari, anche se il costo del denaro non è aumentato; più debiti di natura finanziaria. Il grado di copertura dell’attivo fisso netto è in calo, con valori inferiori all’unità, in quanto i soli mezzi propri sono minori degli investimenti fissi, che trovano però copertura ricorrendo ai finanziamenti di medio-lungo termine.
In sintesi, i bilanci del 2023 evidenziano delle imprese che crescono ma sacrificano la marginalità: questo andamento caratterizza l’intero triennio ma non ha ancora generato effetti di rilievo sulla rischiosità complessiva.
Anche per il 2025 (fonte Anitec-Assinform) è atteso un ulteriore sviluppo del settore, pari al 3,5%; in modo analogo nel biennio successivo (3,4% nel 2026 e 3,2% nel 2027), portando il mercato digitale sopra ai 90 miliardi. Su questa dinamica il PNRR ha inciso in misura contenuta.
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