Hormuz, scorte in esaurimento: sistema Brescia col fiato sospeso

L’escalation del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha innescato un’impennata dei prezzi energetici tale da evocare i picchi osservati durante la crisi post-pandemica. Nel primo trimestre dell’anno, infatti, il paniere dei prezzi delle materie prime energetiche quotate a livello globale esprime un aumento di oltre 80%, a differenza di altri aggregati di commodity che per il momento si mantengono in continuità con gli esiti dello scorso anno.
Il nodo di Hormuz
Sebbene lo shock dell’offerta energetica sia stato finora mitigato da una gestione efficiente delle scorte, le riserve strategiche non sono infinite. La speranza è che tra Washington e Teheran possa aprirsi un canale diplomatico per una risoluzione negoziata finalizzata soprattutto al ripristino del traffico commerciale nello Stretto di Hormuz. Il suo blocco, infatti, contribuisce a ridurre fortemente le offerte globali di petrolio e di gas naturale, che hanno subito anche la compromissione di parte dei relativi impianti di estrazione.
La corsa dei prezzi ha inoltre ripreso slancio dopo le dichiarazioni di Trump, che hanno allontanato le prospettive di un allentamento della tensione. Non a caso i mercati si stanno preparando ad affrontare una crisi sistemica e prolungata, destinata a frenare l’economia mondiale per gran parte del 2026.
Le filiere
Da oltre un mese gli effetti della crisi si ripercuotono sulle filiere industriali, con un’intensità variabile secondo il fabbisogno energetico specifico di ciascun comparto: le tabelle confermano la gerarchia di trasmissione degli aumenti. Riguardo alle materie prime finora meno colpite, è peraltro plausibile attendersi rialzi nel prossimo futuro soprattutto qualora la persistenza del conflitto mantenesse i prezzi dell’energia su livelli elevati.
La petrolchimica ha subito contraccolpi immediati con rincari pesanti per idrocarburi, monomeri e polimeri plastici. Ma oltre ai prezzi dei carburanti il contagio si abbatte anche sui fertilizzanti basilari per l’agricoltura: per il momento i prezzi di mais, frumento e soia fluttuano lontano dai massimi, ma già si avvertono i primi segnali della potenziale carenza di urea, zolfo e nitrato di ammonio, le cui produzioni si concentrano proprio nei Paesi del Golfo Persico.
Gli aumenti potrebbero richiedere tempo, ma è assodato che l’alta correlazione storica tra costi energetici e prezzi dei prodotti agricoli sia inevitabilmente destinata a produrre i suoi effetti.
I metalli
Anche la produzione di metalli non ferrosi ha iniziato a subire i costi dell’energia, seppur in modo differenziato: il prezzo dell’alluminio, la cui energivora produzione globale è concentrata per il 23% nell’area colpita dalla guerra, è salito di oltre il 18% in un solo mese, surclassando la media degli altri non ferrosi.
Il brusco calo dell’oro e dei preziosi registrato durante il mese di marzo, che ridimensiona i record precedenti, rappresenta d’altra parte la rivalutazione dei tassi reali e del dollaro da parte degli investitori. La debole domanda di acciaio, infine, contribuisce alla stazionarietà dei relativi mercati tranne che in Europa dove si manifestano diffusi rialzi dei prezzi di semilavorati piani e lunghi conseguenti all’introduzione di un sistema regolatorio volto ad allineare i costi ambientali dei prodotti importati da Paesi extra-UE a quelli imposti alle produzioni europee.
Achille Fornasini, FinTrend - Università di Brescia
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