La riforma dell’artigianato arriva a un passaggio decisivo, con l’attenzione delle imprese puntata sul via libera in Consiglio dei ministri. Al centro del provvedimento - ricordiamo - c’è la revisione dei limiti dimensionali che definiscono un’impresa artigiana, con l’ipotesi di innalzare la soglia fino a 50 dipendenti. L’obiettivo è consentire alle aziende di crescere senza perdere la propria qualifica, ma la proposta apre il confronto con il mondo della piccola industria sugli effetti per la concorrenza e gli equilibri del sistema produttivo.

In una lettera inviata nei giorni scorsi ai parlamentari bresciani, il presidente di Confindustria Brescia, Paolo Streparava, ribadiva alcuni concetti chiave: «un’impresa con processi industrializzati e a struttura organizzata non può essere qualificata esclusivamente in base al numero dei dipendenti»; inoltre «più del 74% delle imprese associate a Confindustria Brescia occupa meno di 50 dipendenti»; non trascurabili «gli effetti sui regimi contrattuali e contributivi che potrebbero creare differenze di costo tra aziende analoghe».
La posizione degli artigiani
Nel confronto è intervenuto ieri il presidente di Artfidi Lombardia, Enrico Mattinzoli secondo il quale la riforma «pone evidenzia una questione decisiva: come accompagnare la crescita delle imprese». Su questo punto la valutazione è chiara: «un Artigianato più forte e strutturato rappresenta un vantaggio anche per il sistema industriale». «Nessuno mette in discussione le differenze tra impresa artigiana e industriale. Sarebbe però un errore leggere l’economia di oggi con categorie nate in un contesto profondamente diverso. Mercati, tecnologie e organizzazione del lavoro si sono trasformati e le norme devono essere in grado di accompagnare questi cambiamenti».

Secondo Mattinzoli, il punto non è confondere ruoli e identità, ma favorire lo sviluppo delle imprese. «In questi anni abbiamo visto molte aziende artigiane investire in innovazione, digitalizzazione, automazione e internazionalizzazione. Imprese che assumono personale qualificato, crescono e diventano più competitive. La forza della manifattura bresciana nasce proprio dall’integrazione tra imprese industriali e imprese artigiane». Il vero rischio, secondo Mattinzoli, è frenare le aziende nel momento in cui cercano di compiere un salto dimensionale.
La posizione di Cna Brescia
Sulla stessa linea Giordano Apostoli, presidente Cna Brescia: «Modernizzare una normativa di quarant’anni fa significa prendere atto dell’evoluzione tecnologica e organizzativa delle nostre imprese, senza costi per i conti pubblici né vantaggi competitivi impropri».

Per il leader di Cna Brescia «La riforma punta ad aggiornare i limiti dimensionali attraverso criteri chiari e trasparenti, tenendo conto delle specificità dei diversi settori produttivi. Non si tratta di assimilare indistintamente tutte le imprese sotto un’unica definizione, ma di riconoscere che la crescita occupazionale e organizzativa non determina necessariamente la perdita delle caratteristiche artigiane».
«La riforma – prosegue Apostoli – nasce per consentire alle imprese artigiane di adottare strumenti organizzativi e societari più adeguati alla loro crescita. La forma giuridica non dovrebbe rappresentare un ostacolo allo sviluppo di un’impresa che mantiene caratteristiche dell’artigianato».
Infine, sul fronte di tutele del lavoro e relazioni sindacali, per Apostoli la riforma non ha l’obiettivo di comprimere i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Il sistema dell’artigianato si fonda su relazioni sindacali consolidate, contratti collettivi sottoscritti con le organizzazioni dei lavoratori e strumenti di bilateralità che contribuiscono a rafforzare welfare, sicurezza, formazione e qualità dell’occupazione. Accompagnare la crescita delle imprese significa investire nelle competenze, nella valorizzazione delle persone e nella qualità delle condizioni di lavoro».



