Il nucleare divide e il gas resterà centrale per i prossimi vent’anni

Saremo ancora dipendenti dal gas per almeno un ventennio. A sostenerlo è l’amministratore delegato di A2A Renato Mazzoncini e, con accenti diversi, anche Pietro Barabaschi, direttore generale del progetto internazionale Iter per la fusione nucleare. Un’indicazione che invita a fare i conti con uno scenario energetico complesso, nel quale il nucleare – al di là delle contrapposizioni ideologiche – non appare destinato a incidere nel breve periodo sulle tasche degli italiani.
In un’aula magna di Giurisprudenza gremita di giovani e meno giovani, l’organizzazione Alumni UniBs guidata da Michele Lancellotti ha messo in scena una conferenza su un tema di bruciante attualità, quello appunto de «Le energie del futuro».
E chi si aspettava un secco botta e risposta tra i due esperti ha dovuto ricredersi: le posizioni dei due ingegneri elettrotecnici – come scherzosamente li introduce il direttore del Giornale di Brescia Nunzia Vallini – non appaiono poi così distanti, non se le si ascolta con un orecchio sintonizzato sul pragmatismo.
Le rinnovabili non bastano ancora
«La forte dipendenza dai combustibili fossili è un problema che ci portiamo avanti dagli anni ‘70 e oggi siamo ancora lì, anche se negli ultimi 20 anni le rinnovabili ci hanno fatto fare un balzo in avanti, tanto che attualmente il 40% dell’energia italiana viene prodotta da queste fonti», esordisce Mazzoncini. «Tuttavia – prosegue – lo scenario che ci porta alla decarbonizzazione con il minore costo possibile vede un mix di fonti energetiche, per gran parte rinnovabili e con una quota di nucleare e una piccola quota di termoelettrico. Ora mi domando: se la differenza di costi con o senza nucleare è di 7/9 euro a Mwh, vale la pena di riaprire il tema? E ancora – affonda – anche considerando che il nucleare possa essere una parte del mix, il nucleare da sempre è stato finanziato dai Governi: nessuna realtà privata è in grado di correre il rischio. Non esiste nemmeno una compagnia che lo assicuri».
Non molto dissimile, almeno dal punto di vista pratico, la posizione di Pietro Barabaschi, alla guida del progetto sulla fusione nucleare che coinvolge, oltre all’Ue, Stati Uniti, Russia, India, Giappone, Corea del Sud e Cina.
Alla domanda, «riuscirete a realizzare il processo di fusione?», risponde: «Sono convinto che ce la faremo, ma la vera domanda è: riusciremo a rendere questa forma di energia interessante economicamente? Qui la mia risposta è "non lo so". Ecco allora che lo spartiacque tra chi fa ricerca e chi fa business si delinea in modo più chiaro: se Barabaschi, da scienziato, non ha dubbi sulla strada da perseguire, Mazzoncini pare preferire concentrarsi su ciò di cui il nostro Paese è già ricco, vale a dire sole, vento ed acqua. Non manca all’orizzonte la questione cinese, più volte evocata da Barabaschi soprattutto in merito alla costruzione dei reattori ed al tam tam mediatico sui famosi Small Modular Reactors.
«In Italia oggi ci vogliono 20 anni per costruire un reattore nucleare, mentre la Cina ne ha realizzati undici in 5 anni e ne ha in programma altri sessanta – tira corto Barabaschi –. Ripartire è complesso ma fattibile, ma occorre grande attenzione, non solo da parte del Governo ma a tutti i livelli dell’organizzazione del sistema italiano e europeo, perché l’Italia non è e non può essere isolata».
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