Clima e mercato: le sfide che uniscono il mondo agricolo di Brescia e dell’Argentina

Sono due realtà geograficamente, economicamente e socialmente molto diverse e distanti quelle con cui si confrontano gli imprenditori agricoli dell’Argentina e quelli italiani, e bresciani in particolare.
Messe a confronto offrono tuttavia l’opportunità di una più nitida visione dei punti di forza e dei punti critici della nostra agricoltura nel contesto delle sfide poste dai mercati internazionali e dai cambiamenti climatici.
È questo un primo bilancio a caldo del viaggio che la delegazione di Confagricoltura di Brescia, guidata dal presidente Giovanni Garbelli, sta compiendo nel paese sudmericano nel corso di una visita nata dalla conoscenza e dalla collaborazione instaurata con Andres Baldo, docente di Produzione bovina all’università di La Plata.
La pampa tra Baires e Rosario
Accompagnato dall’agronomo argentino, il gruppo di imprenditori bresciani ha potuto visitare due aziende di allevamento bovino - comparto strategico dell’economia argentina - nella zona della «pampa humeda», cuore produttivo del settore agricolo nazionale: una specializzata in produzione di carne, e la seconda in quella del latte. L’appuntamento presso la sede della John Deere Argentina a Rosario, la multinazionale Usa produttrice di macchine agricole, ha invece consentito una verifica del livello di sviluppo tecnologico attuale dell’agricoltura argentina, in confronto a quello bresciano.

«Del focus tecnico che abbiamo potuto fare con il professor Baldo - spiega Garbelli - ci ha colpito in particolare il salto che l’Argentina è riuscita a compiere in fatto di produzione di mais, passando dal 2008 al 2023 da 10 milioni di tonnellate a 70 milioni, anche se la siccità anomala sofferta anche qui lo scorso anno, nel 2023 l’ha dimezzata.
Il dato ci deve far riflettere perché mentre noi in Italia abbiamo una politica agricola che punta a una sorta di decrescita, e a mettere davanti i temi sociali e ambientali, insomma della sostenibilità, dall’altra parte del mondo si punta decisamente sull’aumento della produttività, grazie certo alle condizioni favorevoli offerte dal territorio ma soprattutto all’innovazione tecnologica, anche se in questo senso al momento le macchine agricole restano ancora più arretrate delle nostre, senza ad esempio l’obbligo di standard per catalizzatori e abbattitori degli ossidi di azoto».
Livelli diversi, sfide comuni
«Un altro elemento colpisce: in un territorio non irrigato e con livelli tecnologici inferiori ai nostri, si ottengono risultati importanti con le innovazioni consentite dalla genetica che hanno trainato il salto di quantità e qualità, limitando il ricorso all’uso della chimica», continua Garbelli.
«Qui c’è un 80 per cento di produzione di mais Ogm. Per questo si possono ottenere rese fino a 140 quintali di mais per ettaro con soli 500 euro di spesa tra semina e trattamenti-base, livelli con cui non possiamo illuderci di competere. Discorso che vale sia per il mais che per la soia, impiegati nell’allevamento bovino». Una situazione che ci aspettavamo, sottolinea il presidente bresciano. «In un territorio ristretto come il nostro è comunque impossibile pensare di competere sulle "commodities" impiegate nell’allevamento di bovini, ma dobbiamo puntare invece sulle eccellenze, sulle filiere produttive».
Ma al di là del divario produttivo e dei costi, «ci sono due cose che accomunano l’agricoltura argentina e la nostra», conclude Garbelli. «La prima: che il valore aggiunto prodotto non resta di fatto in mano agli agricoltori, qui anche per l’alto livello di tassazione sul settore». Materia, quest’ultima, di un aspro confronto nell’ambito del recente decreto d’urgenza varato dal neopresidente Javier Milei. «Il secondo aspetto comune è rappresentato dalla grande sfida posta dai cambiamenti climatici, che qui si sono manifestati con la disastrosa siccità dello scorso anno e gli eventi meteo eccezionali sempre più frequenti».
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