In un circo, luogo di divertimento malinconico per eccellenza, è ambientato il libro di Walter Veltroni «Buonvino e il circo insanguinato» (Marsilio, 208 pp., 15 euro). Si tratta del quinto episodio della serie di gialli con protagonista il commissario Giovanni Buonvino. Veltroni li scrive con il ritmo di uno all’anno e con l’obiettivo dichiarato di arrivare «almeno a otto». A Brescia, in un affollato auditorium San Barnaba, l’autore ne ha parlato con Emilio Del Bono in un dialogo tra ex sindaci (di Roma e di Brescia, «il mestiere più bello del mondo» secondo Veltroni) nell’ambito di Dopo Librixia, su invito del circolo culturale Ancos di Confartigianato Brescia e Lombardia orientale, e di BCC Agrobresciano.
Gli spunti
Un ex vicepresidente del Consiglio che scrive gialli non è usuale. «La proposta – ha raccontato Veltroni – è arrivata dall’editore. Ho pensato che fossero matti, ma poi mi sono venute tre idee che mi hanno convinto a provare». È nato anzitutto il personaggio: «Buonvino, non un uomo d’azione ma un ragionatore. Uno sconfitto, caduto in disgrazia dopo aver commesso un grave errore e spedito a fare il commissario a Villa Borghese a Roma, dove si suppone che non succeda niente. È un uomo malinconico e divertente, come tutte le persone con cui ho avuto il piacere di stare». Come il suo autore, non ama il Capodanno, quando bisogna divertirsi a tutti i costi, ed è «intollerante sull’uso delle parole: non sopporta chi usa termini come “attimino”, “tutta la vita” o “narrazione”, una parola che tutti ormai adoperano per qualunque cosa». Il secondo spunto è venuto dal luogo: «Villa Borghese, il più grande parco culturale europeo, dove ti sembra di stare nel mondo come dovrebbe essere. La gente parla a bassa voce, ci sono i fidanzati, gli anziani che leggono libri…». Infine c’è la squadra di agenti affidata a Buonvino: «I magnifici sette al contrario: uno è narcolettico, un altro ci vede poco… Li ho riuniti per mostrare che non esiste un modello di perfezione rispetto al quale misurare le caratteristiche di ciascuno». Il commissario è il loro «direttore d’orchestra»: «Non è un solista, non parla sempre di se stesso come oggi fanno tutti: sa estrarre i talenti presenti in ciascuno».



