Cultura

Dall’ultimo McEwan al noir mediterraneo: cosa leggere a gennaio

Per cominciare bene l’anno, la redazione del GdB consiglia libri per tutti: per esempio il primo, romantico libro di Emma Morgan, ma anche un romanzo ambientato a Wimbledon
Se la lettura è un antidoto ai mesi più freddi
Se la lettura è un antidoto ai mesi più freddi
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Giornate corte, freddissime. Ma anche per questo ideali per rintanarsi in casa con un buon libro. Gennaio è il mese in cui si leggono i libri ricevuti in regalo per Natale, ma è anche quello in cui si stila la lista dei to-read. Cosa leggere nel 2026? Si può cominciare per esempio da questi libri: sono quelli che i giornalisti e le giornaliste della redazione hanno divorato nell’ultimo periodo e che sentono di poter consigliare ai lettori.

Ci sono romanzi che immaginano il futuro per interrogare ciò che siamo ora, come il nuovo lavoro di Ian McEwan che intreccia catastrofe climatica e destino degli studi umanistici. Ci sono storie radicate nel mare e nel lavoro, dove il noir mediterraneo diventa strumento per raccontare solitudini, scelte mancate e identità in bilico. E ci sono libri che partono da fotografie, frammenti, tracce visive per attraversare il Novecento e le sue ferite ancora aperte. Ma anche narrazioni sentimentali che, dietro una struttura da commedia o da romanzo di formazione, provano a dire qualcosa di preciso sulle forme contemporanee dell’amore, della fragilità e dell’autonomia.

«Quello che possiamo sapere»

Di Ian McEwan

(Traduzione di Susanna Basso, Einaudi, 2025, pp. 376, 21 euro, ebook 13,99 euro)

La copertina di Quello che possiamo sapere
La copertina di Quello che possiamo sapere

Due parti nettamente distinte e intimamente connesse compongono l’ultimo romanzo di Ian McEwan, che in «Quello che possiamo sapere» si muove in modo magistrale tra piani temporali, generi e linguaggi diversi. La prima parte si svolge in un futuro che guarda al passato, ovvero al nostro presente, dal quale non è molto lontano. È il 2119, il mondo è per lo più sommerso dopo un Grande Disastro, e Thomas Metcalfe, studioso di letteratura specializzato nel periodo 1990-2030, è alla ricerca di un componimento poetico andato perduto. Si tratta della «Corona per Vivien» che nel 2014 il celebre Francis Blundy scrisse in onore della moglie e declamò in occasione della cena per il compleanno della donna, presenti gli amici più cari; ma che non pubblicò mai. Si sa tutto di quella cena, si sa (o si crede di sapere) tutto della vita di Blundy e della moglie grazie alla disponibilità di documenti di ogni tipo – diari, lettere, mail. Della «Corona per Vivien», invece, più niente. Metcalfe si lancia così in un’avvincente caccia al tesoro letteraria, ossessionato dal testo di cui si sono perse le tracce e nello stesso tempo affascinato dalla figura della donna vissuta all’ombra del grande poeta dopo aver accudito fino alla fine il primo marito malato di Alzheimer. Ed è proprio Vivien a prendere la parola nella seconda parte del romanzo, raccontando la sua verità attraverso le pagine di un diario impietoso e disturbante.

«Quello che possiamo sapere» delle vite degli altri e quello che chi verrà potrà sapere di noi; il futuro climatico e geopolitico del pianeta e il destino degli studi umanistici (la Bodleian Library di Oxford, da cui parte Metcalfe, è stata trasferita a Snowdonia per salvarla dall’inondazione) sono i temi forti, al di là delle pur interessanti dinamiche tra i personaggi (amori, rivalità, malattie), di un romanzo stratificato, complesso (ma dal linguaggio limpidissimo e scorrevole) e appassionante che lo stesso McEwan ha definito «science fiction without the science». E che si chiude svelando il mistero senza però dare una risposta a un titolo che potrebbe essere letto anche in forma interrogativa.

Francesca Sandrini, vicecaposervizio Cronaca

«Mare mosso»

Di Francesco Musolino

(Edizioni e/o, 2022, pp. 192 pagine, 16 euro)

La copertina di Mare mosso
La copertina di Mare mosso

Una nave cargo che si chiama Izmir, Smirne in turco, ma risulta iscritta al registro navale di La Paz, capitale della Bolivia, un Paese senza mare. In settimane in cui le flotte ombra che incrociano nelle acque internazionali affollano i dossier diplomatici e le pagine dei giornali, già questo basterebbe a rendere intrigante la lettura di «Mare Mosso» di Francesco Musolino. Ma le suggestioni che vengono dal romanzo dell'autore palermitano sono decisamente molte di più.

Ispirato a una storia vera, narra del recupero, avvenuto la notte di Natale del 1981 al largo delle coste di Oristano, della Izmir, appunto, nave merci abbandonata in avaria dal suo equipaggio in ore in cui le condizioni del mare sono estreme (da qui il titolo). Ad occuparsi della delicata operazione è un gruppo di specialisti, guidati da Achille Vitale, il protagonista. Ingegnere, già cadetto all'Accademia navale di Livorno e, non per scelta sua, ufficiale mancato della Marina Militare, è figura tormentata proprio dal demone del destino che, come accade ad ogni eroe tragico, lo ha posto davanti ad un bivio inesorabile. Una donna – forte e indipendente, consapevole del proprio fascino irriducibile – cui corre di continuo il pensiero di Achille, amplia le prospettive narrative, che allacciano gli orizzonti sardi a quelli di una struggente e romantica Venezia. Il mondo ruvido ma schietto della marineria, tra rimorchiatori possenti e stive gremite di carichi ignoti e pericolosi, esplode d’un tratto nella dimensione più pura del noir mediterraneo, accostando alle atmosfere alla Corto Maltese – di cui è dichiaratamente cultore il protagonista – quelle di Maqroll il Gabbiere dell’immortale Alvaro Mutis, quelle ancor più sofferte del Fabio Montale di Jean-Claude Izzo, se non addirittura quelle delle pagine di Francesco Biamonti, nella cui scia per più di un aspetto Achille Vitale e la sua storia si pongono. Scritto con stile incisivo e talvolta lirico, il romanzo è scandito, tra flashback e salti temporali ben calibrati, in capitoli per ciascuno dei quali l’autore rintraccia un esergo, la cui somma dà per risultato una geografia di autori in cui si rintracciano le radici narrative di Musolino, da poco in libreria con il nuovo «Giallo Lipari».

Gianluca Gallinari, caporedattore

«La foto mi guardava»

Di Katja Petrowskaja

(Traduzione di Ada Vigliani, Adelphi, 2024, pp. 259, 24 euro, ebook 14,49 euro)

La copertina di La foto mi guardava
La copertina di La foto mi guardava

C’è uno sguardo che ti fissa prima ancora che tu possa vederlo. È quello che apre «La foto mi guardava» di Katja Petrowskaja. Cinquantasette fotografie, cinquantasette miniature scritte: un invito a fermarsi in un mondo travolto dalle immagini, a ritrovare il ritmo lento dell’osservazione. Ogni foto diventa piccolo miracolo, camera oscura in cui la luce impressa si manifesta attraverso la parola. Tra ragazzine sorridenti davanti a taxi, bambini che scrutano il cielo, volti di grandi fotografi come Woodman, Penn e Koudelka, e immagini anonime dal passato, la scrittrice intreccia memoria personale e storia collettiva. Dalla Crimea del 2014 ai minatori del Donbass, dalle proteste sulla piazza Rossa del ’68 alla sopravvissuta dei campi di concentramento immortalata da suo padre, ogni immagine testimonia esistenze, resistenze, presenze che rischiavano di scomparire.

La fotografia, nelle parole di Petrowskaja, diventa materia viva: sovrappone tempi, crea volti multipli, evoca mondi possibili. Dalla bambina georgiana che raccoglie tre generazioni in uno sguardo ai ritratti di Helmar Lerski a Tel Aviv, l’atto di osservare diventa etico, quasi civile. È la magia fragile delle immagini: visibile e invisibile insieme, capace di sorprendere, inquietare, trasformare. «La foto mi guardava» non si sfoglia distrattamente. Si entra piano, si indugia, si lascia che lo sguardo impari a leggere ciò che le parole svelano: la fotografia come testimonianza, memoria, possibilità di meraviglia.

Nuri Fatolahzadeh, redattrice Cronaca

«A love story for bewildered girls»

Di Emma Morgan

(Penguin Books, 2020, pp. 261, 13 euro)

La copertina di A love story for bewildered girls
La copertina di A love story for bewildered girls

È d’obbligo la premessa che il romanzo d’esordio della scrittrice britannica Emma Morgan, il delizioso – a partire dal titolo e dalla grafica di copertina – «A love story for bewildered girls», non è (ancora) stato tradotto in Italia. È dunque acquistabile e fruibile l’edizione Penguin Books del 2020. In inglese. Ma questo non dovrebbe fermare chi volesse immergersi nelle vite intersecate di Grace, Violet ed Annie.

La prima si imbatte nell’amore a una festa: è una giardiniera con dei pendenti alle orecchie, che le sfiorano il collo. È algida quanto basta e disinteressata quanto occorre per catturare l’attenzione di Grace, psicoterapeuta affermata, che era alla ricerca dell’amore senza rendersene conto: si innamora di Sam in un lampo ed è quel tipo di innamoramento che ti fa dimenticare degli amici e del lavoro, ti esalta e ti trasforma, facendoti desiderare cosa mai nemmeno immaginate prima. Poi c’è Annie, avvocata di successo, che a quella stessa festa ammalia Laurence, uno le cui buone maniere rivaleggiano con quelle della rigidissima madre. Annie è un osso duro, nel lavoro come nei sentimenti, ma Laurence le fa scoprire un lato di sè che non aveva mai creduto di avere. E infine c’è Violet, coinquilina di Annie: sconclusionata, disordinata, incapace spesso di uscire di casa per colpa delle paure che la attanagliano. Anche lei capitombola in una relazione inaspettata, che la traghetterà in una nuova fase della vita.

Con tono da commedia e profondità da saggio, Emma Morgan costruisce tre tableaux da cui è difficile distogliere l’attenzione. Grace, Annie e Violet non sono le protagoniste di un classico romanzo rosa, ma le eroine di una favola contemporanea che ribalta gli assunti e attraversa crude realtà prima di concedersi allo squisito finale. Morgan descrive i sentimenti come sono e non come dovrebbero essere e costruisce un paradigma secondo il quale sono spesso le persone in apparenza risolte, come Grace e Annie, a perdersi dentro rapporti sbagliati; mentre esseri in apparenza fragili come Violet scoprono si ritrovano dotati di insondabili strumenti emotivi con cui affrontare la vita. Ma al netto di tutte le lezioni che possiamo trarre, oppure no, «A love story for bewildered girls» è uno di qui libri che oltre l’apparente leggerezza ti resta appiccicato un po’ addosso e ti ritorna ancora e ancora alla mente. Come solo le belle storie sanno fare.

Ilaria Rossi, redattrice Cronaca

«Giallo Lipari»

Di Francesco Musolino

(Edizioni E/O, pp.288, 18 euro)

La copertina di Giallo Lipari
La copertina di Giallo Lipari

Isole Lipari, estate rovente. La Polizia di Stato mette una bandierina sulla più grande delle Eolie aprendovi un commissariato. E quale miglior candidato per dirigerlo se non l’ispettore Giorgio Garbo, milanesissimo golden boy (definizione che, per inciso, lui odia profondamente) delle forze di Polizia dal passato tormentato e dal presente pieno di risentimento. Sentimento, quest’ultimo, esacerbato per l’essere stato mandato in un’isola lontana da casa sua, tra mal di mare in agguato e calura insopportabile.

Inizia così «Giallo Lipari», quasinoir mediterraneo con cui il messinese Francesco Musolino fa esordire questo personaggio che pare fatto apposta per la serialità. In questa sua prima avventura Garbo si imbatte in un cadavere senza nome, dando vita ad un’indagine che – giocoforza – è intervallata dalle peripezie personale del commissario, tra difficoltà di adattamento, malfidenza verso gli altri e solitarie serate un po’ troppo alcoliche. Ma l’omicidio (perché di questo si tratta) si mescola ad una storiaccia di stalking e violenza (con vittima una giovane influencer del posto) che verrà svelata poco a poco, con un finale piuttosto pirotecnico. E fermiamoci qui, giusto per non anticipare troppo.

Pur scontando qualche piccolo manierismo di troppo, «Giallo Lipari» fa appieno il suo dovere. I personaggi ci sono e potrebbero in futuro essere sviluppati in modo efficace, soprattutto perché quasi tutti nascondono una personalità cupa, al limite dell’autodistruttivo. Il che cozza un po’ con i panorami ideali che Lipari offre. Ma il volume è comunque decisamente più solido di un classico giallo estivo, e merita attenzione. E – questa la speranza – almeno un secondo capitolo.

Rosario Rampulla, vicecaporedattore

«Grazie Islam!»

Di Franco Cardini

(Edizioni PaperFirst, 2025, pp.265, 18 euro)

La copertina di Grazie Islam!
La copertina di Grazie Islam!

Cosa non si fa per qualche copia in più. Persino un autore qual è Franco Cardini, che non necessita di presentazioni e che s’è guadagnato sul campo il riconoscimento di studioso autorevole, nel scegliere il titolo del libro s’è evidentemente piegato alle logiche del marketing. Ad essere onesti, tuttavia, quella è l’unica piega che possiamo attribuire alle spalle dritte di uno storico che non disdegna di cimentarsi con gli interrogativi posti dal presente e che dal peso dell’età ha scaricato la zavorra del conformismo.

«Grazie Islam!» di Franco Cardini è assai più di quanto il sottotitolo promette: «Quelle poche, piccole cose che l’Occidente deve al mondo musulmano». Quelle «cose» non sono poche, né piccole, pur se costituiscono comunque una parte infinitesimale della ricchezza che dobbiamo all’incrocio di culture. Perché al di là appunto della provocazione contenuta nel titolo, sfogliando le pagine del libro si tocca con mano quanto la conoscenza dell’umanità avviene per innesto e sedimentazione di civiltà millenarie, ciascuna con i propri limiti ma pure le aperture, le piccolezze abbinate altresì agli slanci, il vincolo della tradizione e il desiderio di superarli.

Per mettere nero su bianco il tutto, Cardini non ha dovuto fare un grande sforzo: gli è bastato fare sintesi del molto che nei decenni scorsi ha scritto, ripercorrendo l’epopea della conquista musulmana dall’origine fine ai giorni nostri, comprendendo sia la grande espansione a cavallo dell’anno mille, sia la ritirata che nel secolo scorso pareva inesorabile, fino alla ripresa odierna, con porzioni di terra lontane dal nucleo arabo originario e un numero di fedeli sempre maggiore. Il tutto condito da curiosità (ad esempio, i numeri che noi chiamiamo «arabi», mentre per gli arabi sono «indiani») e da qualche ripetizione, figlia proprio della circostanza che non si tratta di un lavoro nuovo, bensì della summa di molte pubblicazioni precedenti. Il risultato finale è un buon ripasso storico e l’opportunità di un’ottima visione laterale, data dalla consapevolezza di esser assai meno distanti di ciò che appare o, meglio, di quanto una certa narrazione attuale vorrebbe far sembrare. Libro consigliatissimo insomma a chi ha mente aperta, laica in tutti i sensi, mentre chi fa del luogo comune la propria dimora è bene lo scansi.

Giorgio Bardaglio, vicedirettore

«Il giardiniere di Wimbledon»

Di Jane Crilly

(Traduzione di Chiara Mancini, Feltrinelli, 2024, pp. 224, 11,71 euro)

La copertina di Il giardiniere di Wimbledon
La copertina di Il giardiniere di Wimbledon

Non sappiamo se la cosa sia voluta o meno, ma Jane Crilly per il suo romanzo d’esordio ha utilizzato il nuovo boom del tennis mondiale per raccontare in realtà tutt’altro. La storia comincia, infatti, sul centrale di Wimbledon, il campo più famoso del mondo all’interno del circolo di tennis più prestigioso del mondo, durante il torneo più antico del circuito, ma poi si sviluppa in un’altra direzione. Protagonista è il giardiniere che cura il prato considerato un santuario da tutti i tennisti e la sua particolare parabola di vita. Quello che nelle prime 20 pagine poteva sembrare un romanzo sportivo si trasforma rapidamente in una versione contemporanea della narrativa neoclassica inglese (in pieno stile Jane Austen, per intenderci). Molto simile è la delicatezza con cui vengono narrate le vicissitudini amorose del giovane Henry mescolate alle convezioni sociali di un’Inghilterra in piena trasformazione a cavallo della Seconda guerra mondiale. Ne esce una storia d’amore in cui proprio il tennis è stato il grimaldello per permettere al tredicenne figlio di un giardiniere di una classica tenuta di campagna (Blake Hall) di scardinare i paletti imposti dalla rigida società britannica dell’epoca per seguire il cuore.

Jacopo Bianchi, redattore Teletutto

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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