Turra: «Benvegnuda Pincinella, forte, moderna e affamata di libertà»

Curava con le erbe e con formule misteriose, erano molto richieste le arti della «strega» di Nave. L’accusa di eresia la portò a processo e fu acceso per lei, Benvegnuda Pincinella, il rogo in piazza Loggia nel luglio 1518. Su quel fatto storico s’incentra il lavoro drammaturgico di Giuseppina Turra, autrice, regista e interprete dello spettacolo «La Signora del gioco. C’era e non c’era una donna qual fo brusata», prodotto dal Centro teatrale bresciano per la Stagione di prosa 2025/2026, con il sostegno della commissione comunale Pari opportunità.
Sarà al Teatro Mina Mezzadri di contrada Santa Chiara 50/A dal 16 al 20 gennaio tutti i giorni alle 20.30, la domenica alle 15.30. I biglietti sono esauriti, con possibilità di lista d’attesa la sera in teatro, in ordine d’arrivo. L’allestimento si avvale dei contributi di: Marco Cillis per lo spazio scenico, Fulvio Sigurtà e Maurice Durufle per le musiche, Leonardo Modonutto (video), Cesare Agoni (disegno luci), Margherita Baldoni (costumi), Federica Cremaschi assistente alla regia. Giuseppina Turra introduce alla sua proposta, rispondendo alle nostre domande.
Chi è la Signora del gioco?
Questo è il titolo del saggio di Luisa Muraro, che ha compiuto un’indagine sui processi alle streghe. In diversi luoghi, da noi sul Mella e al Tonale, si segnalavano riti con a capo una figura femminile. Nei fascicoli del secondo processo c’è la deposizione di Benvegnuda, medichessa e fattucchiera: interrogata su chi fosse a capo del sabba, parla di una bella signora, molto riverita.
Come è stato costruito il monologo?
Già avevo lavorato sul documento per una lettura nel 2018 alla facoltà di Medicina, integrando il testo con note di Luisa Muraro. L’ho ripreso più volte e l’interesse del pubblico mi ha portato all’iniziativa di stendere una drammaturgia. Mi sono posta domande: che donna fosse Benvegnuda, che donna sono io nel teatro. Ho aggiunto pezzi miei alle parole della Muraro e ai «Diarii» di Marin Sanudo, che riportano atti processuali. Il testo teatrale è più poetico che politico: mi interessava quel modo di sentire e operare, in vicinanza profonda con la natura.
Quale figura emerge?
Di una donna libera e forte. Risponde con grande sincerità all’inquisitore, convinta del suo operato: «Le persone volevano che le medicassi e io volevo essere pagata». Trovo molto moderna la sua figura, anche con riguardo al tema del corpo: nei «sabba» ci si incontrava, persone di ceti sociali diversi e, da donna libera, voleva avere la sua parte di piacere. Ha voluto e cercato libertà, che le è stata negata.
Come si è lavorato all’allestimento scenico?
Mi sono circondata di artisti vicini per sensibilità, con l’impegno di rendere quel mondo ricco di sfumature. La sfida ha comportato un grande lavoro tecnico, per una realizzazione immersiva, nello spazio nudo che apparteneva in origine a un convento. Sono grata al Ctb che per la prima volta mi consente di proporre una mia realizzazione drammaturgica, con una mia regia.
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