Tra Dante e Petrarca: così Bembo «inventò» la lingua degli italiani

Cinquecento anni fa, dalle pagine di un trattato linguistico stampato dalla bottega di Giovanni Tacuino, si gettavano le basi per l’unificazione della penisola. Un’unificazione culturale prima ancora che politica. Una grammatica per fare gli Italiani, prima che fosse fatta l’Italia. A idearla un letterato veneziano, Pietro Bembo, da anni impegnato nelle discussioni linguistiche.
La codifica della lingua
Nel settembre del 1525 uscivano a Venezia le sue «Prose della volgar lingua», trattato dialogico nel quale l’autore codifica la lingua, basata sugli aurei modelli fiorentini del Trecento (Petrarca e Boccaccio in primis) che i letterati sarebbero stati chiamati ad adottare per la scrittura. E a chi gli avesse obiettato che una tale lingua arcaizzante, avulsa dalla contemporaneità, era «lingua dei morti», per bocca del fratello Carlo (portavoce nelle Prose delle idee dell’autore), rispondeva che ad essere effimera era piuttosto la lingua contemporanea, mentre la perfezione dei modelli antichi ne garantiva l’assoluta durata.

La figura
Ma chi era l’autore di quel trattato che subito riscosse grande successo e che tanto avrebbe condizionato il corso della nostra letteratura? Pietro Bembo (1470-1547) era all’epoca all’apice del successo. La sua formazione veniva da lontano. Il padre Bernardo, diplomatico per conto della Serenissima, lo aveva introdotto fin da bambino negli ambienti colti della penisola, portandolo con sé nelle sue ambascerie nei grandi centri e nelle corti, Firenze, Roma, Ferrara, e avviandolo agli studi. Ma aveva fatto di più, come solo i migliori padri sanno fare (Pietro non ci riuscirà con il proprio figlio, Torquato).

Gli aveva trasmesso la passione per i libri, e quella per l’antichità e il collezionismo d’arte. Alla sua morte Pietro ne ereditò la già ricchissima collezione che ampliò negli anni rendendola una delle più importanti collezioni del Rinascimento. Ne facevano parte, tra i maggiori tesori, l’autografo del Canzoniere petrarchesco (l’attuale codice 3195 della Biblioteca Vaticana), oltre al preziosissimo codice tardo-antico di Virgilio (l’attuale Vaticano latino 3225) corredato di uno straordinario apparato figurativo. E poi medaglie, bronzi antichi, pitture, come la «Presentazione al tempio» di Mantegna, oggi a Berlino.
Le storie d’amore
La stagione delle corti si intreccia con brucianti storie d’amore. Dapprima una misteriosa nobildonna, poi la friulana Maria Savorgnan, infine, la più chiacchierata, la duchessa di Ferrara Lucrezia Borgia, figlia del cardinale Rodrigo Borgia (futuro papa Alessandro VI) alla quale dedicò nel 1505 – vent’anni prima delle Prose – i suoi dialoghi in volgare sull’amore, gli «Asolani». La duchessa, qualche anno prima, alla partenza di Pietro da Ferrara, doveva avergli donato una sua ciocca bionda di capelli «che la vostra lucidissima fronte cingea». Quella ciocca si conserva, sin dal 1685, presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano, e tradizione vuole sia stata ritrovata tra le lettere scambiate tra Lucrezia e Pietro conservate in un codice della stessa biblioteca.
La rivoluzione
A stampare gli «Asolani» era stato l’amico Aldo Manuzio. Bembo era entrato in contatto con lui fin dagli anni Novanta del Quattrocento e ne era presto diventato il collaboratore filologico di riferimento. Nel 1501 e nel 1502 assieme a Manuzio rivoluzionava il libro a stampa, pubblicando per la prima volta il «Canzoniere» di Petrarca e la «Commedia» dantesca nel piccolo formato tascabile, senza glossa e commento, per il solo piacere della lettura. Quei libricini sarebbero diventati immediati status symbol, esibiti dai membri delle classi patrizie nella ritrattistica del primo Cinquecento.
Ed è proprio un ritratto a consegnarci l’immagine dell’ultimo Bembo. Pietro è ormai anziano quando Paolo III Farnese lo crea cardinale nel 1539 per la sua riconosciuta autorevolezza. Bembo si trasferiva a Roma, nel lussuoso appartamento a pochi passi dal Pantheon lasciato libero da monsignor Giovanni Della Casa. Pochi mesi più tardi ringraziava Tiziano per il dono del suo ritratto (il dipinto oggi alla National Gallery di Washington) in cui più che di un prelato, ha la posa di un oratore classico.
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