Shoah: la banalità del male nei documenti bresciani sulla deportazione

Nei due documenti bresciani sulla deportazione degli ebrei custoditi nel Fondo Morelli dall’Arec si legge tutta la normalizzazione dell’abominio
Gianluca Gallinari

Gianluca Gallinari

Caporedattore

Il documento - © www.giornaledibrescia.it
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«Il linguaggio burocratico è la mia unica lingua» dichiarò Adolf Eichmann – capo dell’Ufficio per le questioni ebraiche della Gestapo – al processo di Gerusalemme. Non stupisce pertanto che l’applicazione concreta di quello sconfinato disegno omicida che scaturisce dalle leggi razziali trovi conforto negli atti formali che occorsero durante il fascismo a «normalizzare» e rendere asettica la pratica dell’abominio.

La schedatura degli ebrei bresciani

È il caso, per quel che ci riguarda, dei documenti bresciani relativi a schedatura e deportazione degli ebrei, due dei quali custoditi nel Fondo Morelli dall’Archivio della Resistenza bresciana e dell’Età contemporanea (Arec) della Cattolica. Entrambi recano traccia della vicenda dei Dalla Volta.

Il primo atto è l’«Elenco degli Ebrei che hanno denunciato allo Stato Civile la razza di appartenenza ai sensi della Legge sulla difesa della razza italiana». Così recita l’intestazione del documento della Regia Prefettura, datato 28 aprile 1939. Meticolosamente dattiloscritti, vi compaiono i nomi dei capifamiglia e vi si contano 118 iscritti, suddivisi per cittadinanza (83 italiani e 35 stranieri): si tratta degli ebrei residenti tra città (83) e provincia (in dodici Comuni: Cazzago, Desenzano, Gardone Riviera, Gussago, Idro, Malonno, Montichiari, Padenghe, Palazzolo, Puegnago, Rovato e Salò).

Numeri destinati ad assottigliarsi in breve per gli espatrii che le leggi razziali ebbero come conseguenza (di uno, verso il Brasile, dà conto lo stesso atto). Per molti è riportata anche la segnalazione alla Procura per l’omessa o tardiva denuncia della propria condizione di ebrei. È il caso dello stesso «Volta Guido (detto Della Volta)» reo di non aver menzionato i figli, nel frattempo fatti battezzare, nel tentativo (purtroppo vano) di proteggerli.

La banalità del male

Ma ancor più evocativo della «banalità del male», per tornare alle parole scelte dalla Arendt per cristallizzare il caso Eichmann, è il mattinale della Questura di Brescia (si badi: non di un ufficio nazista) del 2 dicembre ’43. Nell’ultima delle tre pagine battute a macchina, in coda all’asettico elenco di contravvenzioni annonarie e arresti per furti di biciclette o di olive, trova spazio il «Notiziario politico» che dà conto del «Fermo di ebrei». Quelli operati il giorno prima dalle «sei squadre di agenti comandate al rastrellamento e fermo di tutte le persone di razza ebraica» della città (già scese a 56).

I due unici fermati per «gli annunziati provvedimenti di internamento in campi di concentramento» sono proprio Guido e Alberto Dalla Volta. Per le carte dell’allora questore Manlio Candrilli, che firmò il documento, deportazione (e vita) di due cittadini valeva più o meno le stesse righe di una vendita gonfiata di surrogato di caffè.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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