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Cosmi: «Solo Coppi temo: lo diceva papà, è diventato il mio motto»

Enrico Danesi
Dalla panchina al palco, l’ex tecnico biancazzurro porta in scena anche nel Bresciano storie di calcio, ciclismo, e memorie personali
Prove a teatro per Serse Cosmi
Prove a teatro per Serse Cosmi
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Non sulla panchina di un campo da calcio ma sul palco di un teatro, mostrando doti da narratore in luogo di quelle da allenatore. Serse Cosmi torna a Brescia, dove ha lasciato ottimi ricordi come tecnico, con «Solo Coppi temo», spettacolo che ha scritto insieme ad Alessandro Riccini Ricci, che lo dirige: l’appuntamento è mercoledì 22 ottobre, alle 20.45 al Teatro Santa Giulia (via Quinta 4 al Vill. Prealpino, biglietti da 21 a 27 su liveticket.it, info teatrosantagiulia.org). Repliche il 29 gennaio a Edolo e il 31 gennaio a Calcinato.

Serse Cosmi, cominciamo dal titolo: che significato dobbiamo assegnargli?

La fonte d’ispirazione, come per tanto altro di questo spettacolo, è mio padre, che aveva scritto “Solo Coppi temo” su un veicolo Ape. Goliardia, certo, ma fa capire il livello di fanatismo nei confronti di un grande campione, in un mondo che aveva meno sfumature di oggi, dove la divisione era tra Coppi e Bartali, tra nero e rosso. È una frase che non ho mai scordato, tanto che la mia vita, non solo professionale, è andata avanti così, cercando di non aver paura di niente: non è spavalderia, ma un modo di pensare.

Il suo babbo le ha trasmesso anche l’amore per il ciclismo?

Il ciclismo è dentro di me, è nel mio nome (Serse era il fratello di Fausto Coppi, ndr). Papà è morto che io avevo quindici anni, e la motivazione più grande di questo spettacolo è che gli racconto una parte (brevissima) della mia vita vissuta insieme a lui e poi tutta quella senza di lui. Il mezzo ideale era il teatro, e ho colto l’occasione quando si è presentata, anche se è una cosa che ho fatto anche da solo, tra me, come talvolta si fa con le persone care che non ci sono più. Per rispondere alla domanda: sono talmente appassionato di ciclismo, che da aprile in poi quello è il primo sport. Era così pure quando allenavo: ad Arezzo, ai tempi di Pantani, ero diventato famoso perché avevo spostato gli allenamenti dalle 15 alle 18, per vedere il Giro. E non ero il solo ad esserne contento…

Campo e palco: stessa tensione?

L’adrenalina prima di uno spettacolo assomiglia tantissimo a quella di un pre-partita. Con una differenza profonda: che in campo vivi l’attesa nel casino generale (che mi ha sempre caricato), mentre in teatro sei nel silenzio tombale. In principio ho faticato, poi ho imparato a conviverci.

Dai campetti di paese alla Champions League: l’attitudine rimane la stessa?

La passione e la voglia di proporre calcio non cambiano, e una vittoria ti dà le stesse emozioni in Eccellenza come in Serie A. È la magia del calcio: per l’emozione non c’è categoria!

Nel 2009 recitò in un film, “Il maestro di lingue” di Diego Piccioni, interpretando il ruolo di un detenuto. Mai pensato di fare l’attore?

Quello fu un gioco. Il problema è che si trattava di un noir ed era pervaso da una certa tensione, ma nel momento in cui entravo in scena io gli spettatori in sala si mettevano a ridere…Ero quello di “Mai Dire Gol”, mi vedevano così…

Sul palco con lei c’è un grande jazzista come Giovanni Guidi.

È un amico, oltre che un genio musicale. Non volevo un accompagnamento sonoro, e infatti lui detta il ritmo, parla attraverso il pianoforte e “vive” le cose che racconto, trasformandole in suono. La sua è una presenza che arricchisce enormemente lo spettacolo.

Brescia le è rimasta nel cuore?

Credo di essere uno degli allenatori che a Brescia ha fatto più punti… il grande rammarico è quello di averli distribuiti male, perché non ho vinto il campionato. Anche aldilà dell’aspetto sportivo ne ho un ricordo meraviglioso come città: non pensavo che fosse così bella, così da vivere, con una posizione che la rende vicina a tutto e con persone fantastiche. Tanto che ho mantenuto solidi rapporti di amicizia e mi tengo costantemente informato sulle vicende calcistiche bresciane.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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