Cultura

Lucia Visonà: «Il mio cuoco nel cassetto ha trovato la sua voce a Parigi»

La scrittrice bresciana che vive e insegna in Francia ha pubblicato per Einaudi il suo primo romanzo: «Il cuoco giapponese»
La copertina de «Il cuoco giapponese» della bresciana Visonà
La copertina de «Il cuoco giapponese» della bresciana Visonà
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Un romanzo di formazione sentimental-culinaria, scaturito da un incontro folgorante e fugace nel giardino di un hotel in Champagne, e rimasto nel cassetto per oltre dieci anni. Finché la prepotenza della storia si è fatta largo, trovando la sua voce e il suo spazio nel panorama editoriale e nel cuore dei lettori.

A congegnare «Il cuoco giapponese» (Einaudi, 196 pagine, 17,50 euro) è la bresciana Lucia Visonà, che per il suo romanzo d’esordio ha confezionato una deliziosa favola ambientata a Parigi, città dove vive, traduce e insegna Storia antica. Lo presenterà sabato 14 marzo alle 10.45 nella sua Desenzano, nella biblioteca di Villa Brunati; mentre la sera alle 18 sarà alla Feltrinelli di corso Zanardelli a Brescia. L’abbiamo intervistata.

Lucia Visonà
Lucia Visonà

Come traduttrice sei abituata a prestare la voce ad altri autori. Come è stato trovare la tua per questo esordio letterario?

Avevo l’idea nel cassetto da moltissimo tempo, ma il romanzo non è arrivato immediatamente proprio perché c’era la storia, ma le mancava la voce. Mi ha aiutato un corso che ho frequentato alla Scuola Belleville di Milano, dove ho seguito lezioni con scrittrici ed editor. Ed è stato importantissimo anche confrontarmi con l’universo delle riviste letterarie online e qui pubblicare i primi racconti. Perché, al di là dell’ispirazione, la scrittura è anche un mestiere artigianale e si impara facendo.

Tradurre romanzi e saggi ha influenzato il tuo modo di costruire la frase e il ritmo della narrazione?

Direi di sì, perché nei due processi ci sono delle somiglianze. Tradurre mi ha aiutata a scrivere e, allo stesso tempo, per tradurre bene bisogna conoscere a fondo la lingua di arrivo, così da creare frasi che funzionino in modo scorrevole. Gli strumenti linguistici sono gli stessi. In più il mio romanzo è ambientato in Francia ed è stato quasi un gioco letterario immaginare alcuni dialoghi in francese e poi tradurli in italiano. Ho anche scelto di mantenere le parolacce in francese, perché alcuni termini risultano più espressivi e conservano meglio la forza dell’originale.

Un romanzo scritto in italiano, ma dal sapore decisamente francese. In quale ambito letterario lo collochi?

L’idea era proprio quella di renderlo un romanzo francese pur sapendolo destinato a lettori italiani. Anche molti dei riferimenti letterari che mi hanno ispirato sono francesi, come i romanzi di Romain Gary o «Il ventre di Parigi» di Zola, che peraltro parla molto di cibo. Mi hanno aiutata a creare nel lettore un certo senso di straniamento che è voluto, ma mai esagerato.

Come è nata la storia di Hugo e Madame Laval? Quale la sua ispirazione?

Una decina d’anni fa ero in gita in Champagne e ho incontrato l’amico di un amico nel Grand Hotel in cui lavorava. Eravamo nel sontuoso giardino della villa quando è passato uno strano personaggio. Lui l’ha indicato, dicendo: «Quello è il nostro cuoco giapponese», lasciando intendere che fosse un tipo peculiare. Rientrata a Parigi mi è venuta voglia di immaginare la sua storia e di getto ho scritto le prime pagine, che però sono rimaste nel cassetto per anni. Tre, quattro anni fa, una volta concluso il dottorato, mi sono iscritta alla Scuola Belleville e ho ripreso a lavorarci. Nel frattempo ero cresciuta e avevo trascorso molti anni a Parigi, dove ho collezionato aneddoti che volevo raccontare. L’idea è che la città sia il terzo personaggio in questa storia.

Vivi a Parigi e insegni all’Università, ma sei originaria del Garda. Quanto c’è della tua esperienza di espatriata?

Più che il mio vissuto di espatriata, racconto l’esperienza di una provinciale approdata nella capitale. Hugo arriva dalla provincia francese, ma la sua descrizione - credo che i lettori lo coglieranno - è in realtà ispirata a quella bresciana. Molti degli episodi che racconto nascono da esperienze reali, poi romanzate. A Parigi accadono continuamente delle cose e, se si è pronti a meravigliarsi, ci si imbatte in moltissime storie.

Il romanzo suona a tratti come una guida culinaria autentica e peculiare. Sei appassionata di cucina?

Mi piace molto mangiare, ma sono tutt’altro che una chef. Mi piaceva però l’idea di compilare una guida un po’ strampalata, in cui invece che indicare dove mangiare il miglior croissant rivelo dove si trovano le più pregiate sigarette di contrabbando. Tutto ciò all’interno di un romanzo di formazione sentimental-culinaria: credo che la cucina rappresenti in qualche modo un passaggio all’età adulta. È un ambito di cui fino a vent’anni ci disinteressiamo, ma che poi diventa un aspetto importantissimo delle nostre vite.

Come definiresti «Il cuoco giapponese» in poche parole?

È un libro divertente e leggero, ma non superficiale. Utilizza un tono da commedia e lo humor non per sfuggire dalla realtà, ma per affrontarla. E mantiene uno sguardo ironico anche nei momenti agrodolci.

Sabato torni a casa per presentare il romanzo. Che effetto fa?

Sono contentissima. Già la pubblicazione mi sembrava un sogno, ma il fatto di poterlo presentare davanti a persone che conosco e che hanno potuto leggerlo mi riempie di gioia. Sto ricevendo i primi commenti e recensioni di amici e conoscenti ed è tutto incredibilmente emozionante.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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