Dall’Irlanda di Paul Murray al Nevada di Agassi: cosa leggere a marzo

Dall’affido familiare alle confessioni senza sconti di un tennista di successo; dalla una saga familiare nell’Irlanda contemporanea ai retroscena del mondo dello spettacolo, fino ai noir sentimentali di Chiara Assi. Nel bookclub di marzo vi proponiamo cinque proposte, cinque sguardi differenti sul nostro tempo, tra memoir, romanzi d’autore e narrativa di evasione.
«Per un po’»
Di Niccolò Agliardi

Si può amare un figlio «per un po’»? Sì, secondo la legge, se questo figlio è in affido. A smentirlo, se ce ne fosse bisogno, è il libro che Niccolò Agliardi ha scritto raccontando la propria esperienza di padre affidatario. Il volume è uscito nel 2019 (si trova in vendita online, o in biblioteca) e se ne scriviamo adesso è perché è uscito a fine febbraio il film che Simone Valentini ne ha tratto.
Scritto come un romanzo (ma la vita di questi ragazzi romanzesca solitamente lo è), intrecciando vicende di vita vissuta e riflessioni personali dell’autore, «Per un po’» diventa un trattatello sull’affido famigliare. Istituto benemerito per riuscire a togliere dalle comunità tanti ragazzi e ragazze allontanati dalle famiglie d’origine, ma carico – come ogni cosa che riguardi gli affetti – di luci e ombre, ambiguità e incertezze da diventare ogni volta una scommessa.
Il protagonista Niccolò (lo stesso Agliardi, cantautore e autore di testi e sceneggiature) decide di buttarsi nell’«avventura», come la chiama chi di affidi si occupa. Single, 45 anni, egli stesso con zone d’ombra nel proprio passato familiare, accoglie in casa Federico. Diciottenne (da maggiorenne ha scelto di proseguire il percorso di tutela garantito ai minori), un padre tossicodipendente sparito di casa, una madre immigrata che condivide con altri tre fratelli di padri differenti, rischierebbe altrimenti di trovarsi da un giorno all’altro sulla strada. L’incontro tra i due è un cercarsi e respingersi, tra i dubbi e le preoccupazioni di Niccolò e le intemperanze di Federico. Senza spoilerare, in ogni caso sarà un successo.
L’anima di Federico, candida nella sua strafottenza e nel suo bisogno d’amore, nel suo legame viscerale con la madre che pure lo ha abbandonato, resterà un mistero. Quella di Niccolò si svela a se stessa nell’affido come davanti a uno specchio (e un volto allo specchio è l’immagine di copertina) quando si interroga sulle motivazioni della scelta, sul suo essere adeguato all’impegno, quando si chiede inevitabilmente «ma chi me l’ha fatto fare?».
Niccolò si risponde, e dà voce alle domande che ogni padre e madre, naturale o affidatario, si pone. Lo ha fatto per «diventare l’adulto di qualcuno», dice a un certo punto. Per tagliare un cordone ombelicale, per prendersi la responsabilità di se stesso, oltre che di qualcun altro. Oltre le paure, oltre al senso di inadeguatezza. Perché per affrontare l’esperienza «passionale, spericolata e viscerale» di diventare genitore occorre essere pronti. Ma non troppo. E comunque, non è mai «per un po’».
Giovanna Capretti, vicecaposervizio Cultura
«Open»
Di André Agassi

Quei libri che ti tengono lì, che ti chiamano, che ti fanno venire voglia di leggere prima di dormire, nei ritagli di tempo, a pranzo, sull’autobus durante gli spostamenti. Ecco: «Open» di André Agassi è uno di quei libri lì. Quei libri che non riesci a chiudere. Quei libri che fanno tornare la voglia di leggere dopo mesi di blocco del lettore (così frequenti, con il calo della concentrazione e il brainrotting a cui i social ci hanno condannato).
Non è un libro per sportivi o per persone che amano lo sport. Se non lo è, è grazie al ghostwriter che ha prestato la penna ai pensieri del campione di tennis (J.R. Moehringer, lo stesso che c’è dietro a «Spare» del principe Harry). L’autobiografia di Agassi si legge come un romanzo di formazione: è la storia di un ragazzino inquieto che odia il tennis, ma che non può fare altro che praticarlo; è il racconto di vita di un figlio con un padre prepotente; è la narrazione di una storia d’amore (non solo quella con Steffi Graf), di ribellione, di sport. È tante cose, tutte raccontate molto bene. Chi apprezza i memoir e le storie vere, lo legga in questo periodo, prima dell’uscita della docuserie Apple Tv ispirata proprio ad «Open»: sarà ancora più interessante vedere in video ciò che Agassi racconta – così bene – a parole.
Sara Polotti, redattrice Web
«Il giorno dell’ape»
Di Paul Murray

Alla maniera del «De rerum natura», pur senza scomodare pedissequamente Lucrezio. Eppure a suo modo «The Bee Sting», il più recente romanzo dello scrittore irlandese Paul Murray, evoca un paradigma classico nella sua opera ultra contemporanea. «Il giorno dell’ape» (Einaudi, 2025, 664 pp., 22 euro) racconta la costruzione, decostruzione e sfacelo di una famiglia nella cornice di una più profonda analisi dell’animo umano; e a confronto con la disgregazione del nostro pianeta. L’ape del titolo, d’altro canto, è la bugia originale che diviene racconto fondante della mitologia familiare, ma è pure richiamo costante al rischio d’estinzione della nostra specie. Uno spauracchio che ha corsi e ricorsi nel romanzo, per voce di più di un personaggio. Come corsi e ricorsi hanno le vicende, che tornano a proporsi nelle nostre vita, ma mai uguali a se stesse.
Il quarto romanzo di Murray, finalista del Booker Prize 2023 e vincitore dello Strega Europeo, indaga i temi dell’identità e della sessualità, dei vuoti che le perdite lasciano nelle nostre vite e delle decisioni che siamo costretti a prendere quando ci sentiamo messi alle strette. C’è la Dublino del Trinity College e c’è la ruralità di paesi dove vecchi bunker e rottami nei giardini sono la normalità. Dove le aspettative collettive schiacciano i sogni individuali e dove i pettegolezzi sono marchi che ci portiamo addosso e ci segnano per tutta la vita. Murray sceglie di immergerci nelle dinamiche complesse dando voce ai protagonisti, che dota di un proprio linguaggio e di un proprio stile. Magistrale la resa della madre Imelda, attraverso un flusso di coscienza continuo senza un briciolo di punteggiatura.
«Il giorno dell’ape» è intensissimo, denso oltremodo e non ci lascia tregua alcuna, mentre scivoliamo inarrestabilmente verso un finale che lascia più dubbi che risposte. Insieme a un terrificante, schiacciante senso di inevitabile tragedia.
Ilaria Rossi, redattrice Cronaca
«L’uragano. Sole, fulmini e saette»
Di Lucio Presta
«Sono pagine piene d’amore e di onestà». Quattordici righe prima dell’ultima, Lucio Presta, uno degli agenti e produttori più influenti del mondo dello spettacolo, scrive le nove parole che potrebbero essere usate come un manifesto del libro di cui è autore: «L’uragano. Sole, fulmini e saette» (Edizioni Piemme). Sulla sua onestà possiamo soltanto scommetterci, ammettendo che da lettori è facile prestargli fede, seguendo quel solco della natura umana che non porta al baratro della diffidenza, pur sapendo che chi fa il suo mestiere una certa dose di opportunismo deve averla e ricordando che non tutto ciò che onesto deve essere altrettanto vero.
Sull’amore per quel che fa è invece difficile avere dubbi, perché non si costruisce una carriera così se non si ha passione per il proprio lavoro, diventato un tutt’uno con la vita. Una biografia che si legge d’un fiato, con la stessa vorace curiosità che ha spinto per decenni milioni di persone a sfogliare i rotocalchi: saperne di più sulla gente famosa, ritratta da dietro le quinte. Heather Parisi, Lorella Cuccarini, Massimo Ranieri, Matteo Renzi, Paola Perego (moglie attuale di Presta), Roberto Benigni, Amadeus, Checco Zalone, Antonella Clerici, Gianni Morandi, Belén Rodriguez, Stefano De Martino, Maria De Filippi, Simona Ventura e Paolo Bonolis sono i personaggi, coloro ai quali è dedicato almeno un capitolo, ma la ridda di nomi e volti e storie è assai più ricca, con intrecci continui e uno spaccato realista sul mondo della televisione e dell’intrattenimento, dagli anni Settanta a ieri l’altro. Comprese chicche gustose, retroscena inaspettati, litigate furibonde, dispute legali, gioie, successi, tragedie famigliari (la morte della prima moglie, madre dei suoi figli, Beatrice e Niccolò) fallimenti e delusioni. Un modo per celebrare e celebrarsi, cogliendo l’occasione – o creandola ad arte, a seconda del caso – per togliersi qualche sassolino dalle scarpe e persino infilzare la lama di stiletto tra le costole, seguendo un codice d’onore tipico dalla terra da cui proviene – Cosenza, di cui si è altresì candidato a sindaco – con tutto il male e anche il bene liberatorio che fa.
P.S. Tra i mille aneddoti, ne scegliamo uno che è uno «spettacolo» di per sé. Si tratta degli inizi di Telecinco, «nata dalla collaborazione tra Silvio Berlusconi e l’Once, la storica associazione spagnola dei ciechi che, grazie alla gestione della lotteria nazionale, è diventata una delle realtà economiche più forti e quotate a Madrid». Un’impresa al di là del bene e del male: non soltanto colonizzare un paese straniero con la propria tv, ma farlo avendo per partner i ciechi. Ammettiamolo, di fronte a certe realtà, non c’è fantasia che tenga. Grazie a Presta per avercelo involontariamente ricordato.
Giorgio Bardaglio, vicedirettore
«Lontano dagli occhi» / «Il demone di Laplace»
Di Chiara Assi
Sentimenti, situazioni piccanti, intrighi internazionali. E amore (anzi, amori) a profusione, sentimenti a fior di pelle che esplodono nel pieno di azioni condotte a colpi di pistola, se non a mani nude. È un po’ disorientante il mondo tratteggiato da Chiara Assi che prosegue… a pagine spiegate nel doppio solco della serie del commissario Locatelli e di quella dedicata all’agente segreto Sebastiano Fontana. Due filoni che si scambiano personaggi e ricordi pur mantenendo strade separate.
Le ultime uscite in ordine di tempo sono, per l’universo Locatelli, «Lontano dagli occhi» mentre per l’epopea della spia dagli irresistibili occhi verdi Assi ha pubblicato «Il demone di Laplace».
Dotati di buon ritmo e di trame tutto sommato credibili, i volumi sono poco consigliabili a chi non ama troppo le derive sentimentali, qui declinate in modo così dettagliato da sconfinare spesso in uno straniante noir a tinte rosa. Lettura di evasione purissima, non c’è che dire, che forse paga troppo dazio al cuore laddove certe trame (e soprattutto certi protagonisti) meriterebbero altri scenari. Ma se gradite l’idea che il bene e l’amore vincano (o, quantomeno, non perdano) allora avete trovato le serie che fanno per voi.
Rosario Rampulla, vicecaporedattore
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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