Cultura

Nuovo delitto nei romanzi del BarLume: «I vecchietti restano in tre»

Francesco Mannoni
In «Piomba libera tutti» di Marco Malvaldi alla morte di Aldo segue l’omicidio di una 60enne
Marco Malvaldi, giallista di successo - © www.giornaledibrescia.it
Marco Malvaldi, giallista di successo - © www.giornaledibrescia.it
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Uno dei vecchietti del BarLume, i quattro moschettieri dalle lingue affilatissime, Aldo (paragonabile al tradizionalista Athos), è morto investito da una bicicletta. I tre rimasti, Ampelio (un riflessivo D’Artagnan), Pilade (un Porthos impulsivo) e il Rimediotti (il religioso Aramis) sono un pochino traumatizzati e anche se l’arguzia li salva dalla catastrofe senile, la loro lucidità è un po’ rallentata. Massimo il «barrista» li comprende e sopporta.

«Sono stanchi e meno intenzionati a scherzare» previene Marco Malvaldi che nel suo nuovo giallo «Piomba libera tutti» (Sellerio, 232 pp. 15 euro, decimo della serie «I romanzi del BarLume») li retrocede a comprimari. Il dolore per la perdita dell’amico li ha fiaccati un po’, ed è come se trovassero irrispettoso scherzare fra loro ora che uno dei quattro non c’è più. È un periodo di inevitabile lutto che vogliono osservare. Ma l’omicidio di una sessantenne, Giada Meini, una molestatrice, forse anche ricattatrice, strangolata nel garage di un condominio del centro di Pineta li rianima e riprendono a indagare con l’ausilio del defunto: anche se non c’è più fisicamente, Aldo è però presente più che mai.

Malvaldi, perché Alice, il vicequestore, compagna di Massimo, li tiene un po’ a bada?

«In questo caso farebbero solo danni. Il delitto, che avviene in un posto che tutti conoscono e in cui tutti avrebbero una ragione per ammazzare qualcuno, è un problema che non si può risolvere per via scientifica. Chiunque può aver lasciato tracce ovunque. Questo è il primo aspetto della faccenda. Il secondo è che noi stessi parlando di determinati argomenti rischiamo a volte di fare confusione».

Confusione in che senso?

«Il diritto di cronaca è sacrosanto, ma un conto è il diritto di cronaca e un conto è il diritto di cercare la colpa anche dove non c’è o di contravvenire alla legge con l’intento di farsi giustizia da soli; o procurarsi informazioni prima che gli atti siano chiusi. Queste cose rischiano di essere deleterie. C’è un equilibrio sottile che nasce dalla contrapposizione dei due poteri: se uno dei due soverchia l’altro, vivremmo in uno Stato di polizia. L’equilibrio viene dal fatto che ognuno dei due poteri impersona un preciso ruolo. Fare qualunque lavoro senza controllo è pericoloso».

Quanto incide a Pineta il caos della politica nel quotidiano dei vecchietti che ormai, anche loro, appaiono tutti più a destra che a sinistra?

«I vecchietti sono sempre stati due di destra e due di sinistra, ma secondo me, invecchiando uno diventa fisiologicamente più conservatore. Diceva Ennio Flaiano che si nasce incendiari e si muore pompieri. I vecchietti hanno sempre saputo che la politica non è altro che il riflesso della società e nel momento in cui dilaga il qualunquismo, prevale l’idea che l’uno o l’altro va bene, tanto sono tutti uguali. Non sono tutti uguali. Questa è una cosa che ancora non riusciamo a metabolizzare bene. Vorrei un governo che parlasse di sicurezza, di stipendi e lavoro di qualunque colore esso sia; ma non vorrei un partito che prima fa una legge e poi fa un referendum per annullarla. Credo che i vecchietti sappiano questo: i partiti che abbiamo sono il riflesso di quello che siamo. E non vorrei mai essere costretto a lamentarmi».

Di che si vorrebbe lamentare?

«In Italia si parla del fatto che gli stipendi sono bassi rispetto all’Europa (ed è vero), ma c’è un dato sul quale nessuno si sofferma a pensare: in Italia sono molti i lavori che danno poco valore aggiunto e in cui il guadagno è proporzionale alla fatica che ci metti. Abbiamo tanti ristoranti e pochi centri di ricerca; tante piccole imprese e poche grandi imprese, e questo si riflette inevitabilmente su come viviamo. Guadagniamo di meno ma, secondo me, viviamo meglio».

Quanto aiutano Alice alla scoperta del colpevole le intuizioni di Massimo?

«In questo caso Massimo è una specie di Aldo: legge, nota, ma cerca di non ragionarci troppo, ha i suoi impegni, i suoi problemi ed è consapevole che indagare non è il suo lavoro. Ma è il compagno di Alice, il vice questore, e si sente in dovere di passarle le sue intuizioni che nascono dalla sua preparazione. Sa parecchie cose, al contrario di Socrate che “sapeva di non sapere”».

Cos’è per lei l’ironia che dilaga nella suspense?

«Uno specchio girevole. Ridere è una facoltà altissima dell’intelletto perché solo gli animali superiori ridono. Ridiamo perché è successo qualcosa che non ti aspettavi, che il tuo cervello non ha saputo prevedere, e se ci riguarda è ancora meglio perché se è un errore tuo, notandolo migliorerai».

Perché nel romanzo appaiono per la prima volta due giovani che giocano a carte?

«I due giovani hanno il compito di far vedere che la vita continua. Sono i futuri vecchietti. L’Italia ha un grosso difetto: ci sono sempre meno giovani, ed è per questo che ne ho inseriti 2 e non 4. Due perché siamo sempre meno. E questa è una cosa abbastanza negativa».

Massimo, unico erede assieme alla socia Tiziana, ed esecutore testamentario dei beni di Aldo, deve per forza farsi carico dei tre sopravvissuti. Un impegno non da poco se consideriamo quanto i vecchietti siano insubordinati...

«È così, ma Massimo non può tirarsi indietro: in questo momento è quello che era Aldo qualche anno prima e diventerà presumibilmente il nuovo Aldo. Il defunto ha nominato eredi lui e Tiziana perché sono i più razionali e devono imparare a fare i conti con le loro incapacità, soprattutto del non poter giudicare sempre le cose in modo perfetto. Hanno delle responsabilità d’ora in poi».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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