Regalo inatteso per Capitale della Cultura: scoperta una nuova opera del Romanino

Il dipinto inedito andrà all’asta a Roma il 27 aprile. Gli esperti concordano sull’autografia del maestro
Giovanna Capretti

Giovanna Capretti

Vicecaposervizio

Il dipinto attribuito a Girolamo Romanino era finora sconosciuto
Il dipinto attribuito a Girolamo Romanino era finora sconosciuto

Nell’anno di Brescia (con Bergamo) Capitale della Cultura spunta sul mercato un nuovo importante dipinto di Girolamo Romanino, maestro del Cinquecento legato alle due terre bresciana e bergamasca.

L’opera, una «Deposizione di Cristo nel sepolcro», è inedita e andrà all’asta da Bertolami, a Roma, il 27 aprile con una quotazione di tutto rispetto: la stima per l’olio su tela (102 x 80 cm, con cornice antica in legno scolpito e dorato) è compresa tra i 470mila e i 620mila euro, la base d’asta 400mila. La segnalazione arriva da Angelo Loda, storico dell’arte in forza alla Soprintendenza di Brescia, che naturalmente si augura che il dipinto possa far gola a qualche collezionista di casa nostra. Per ora, l’opera è stata sottoposta a due tra i massimi esperti di Romanino e di pittura lombarda del Cinquecento, Alessandro Nova e Francesco Frangi (che ha annunciato uno prossimo studio sul dipinto) che concordano su attribuzione e qualità.

Capolavoro

La scheda della casa d’aste parla di «capolavoro», e lo descrive come «apice nell’intera produzione del pittore quanto a intensità emotiva e pathos tragico». Rafforzato da una composizione compressa nello spazio ristretto del dipinto, reso ancora più illusorio dalla sponda di marmo del sepolcro in primo piano, su cui è posata la corona di spine, e dalle gocce di sangue sul petto di Cristo dipinte con particolare realismo.

«Le due mani di Maria fanno drammaticamente capolino da tergo - si legge ancora nella scheda della casa d’aste -, la sinistra sorreggendo la testa abbandonata del Salvatore, la destra poggiata sul costato, poco sopra il taglio della ferita ancora sanguinante. Particolarmente drammatica l’espressione del volto della Vergine, con la fronte corrugata, gli occhi sbarrati e la bocca semi-aperta, a suggerire, più che un urlo, una sorta di sibilo o di rantolo che racchiude tutto lo strazio, la compassione e l’intima, fisica condivisione del destino del figlio, morto come uomo. Le figure di Giovanni Evangelista e Giuseppe d’Arimatea chiudono ai lati la scena, contrappuntando l’esplicita sofferenza di Maria con meste espressioni di muta rassegnazione».

L’attribuzione

Il riferimento a Romanino, evidente nelle fisionomie delle figure rappresentate e nel disegno anatomico delle mani, è sostenuta dalle evidenti somiglianze con altre opere del maestro. In particolare, aggiunge la scheda, similitudini «si riconoscono nel Cristo morto fra la Vergine e San Giovanni Evangelista, già in collezione privata fiorentina e oggi di ubicazione ignota, che presenta chiare analogie nel busto e nel perizoma di Cristo, nella fisionomia della Vergine e nell’accostamento delle loro teste. Non meno limpide le similitudini con il Compianto già nel Kaiser-Friedrich Museum di Berlino, perduto nel 1945 durante i bombardamenti».

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