Aveva trent’anni e nelle vene gli scorreva l’olio dei motori. Non avrebbe dovuto partire per il Polo Nord perché i medici gli avevano riscontrato un reumatismo articolare acuto che avrebbe potuto essergli fatale nel grande gelo. Lo raccontava lo stesso Comandante Nobile, in una lettera: «Mandai a chiamare Caratti e gli dichiarai che per il consiglio del medico ero costretto a non portarlo... Lui non fiatò, ma gli occhi gli si arrossirono e vidi brillare delle lacrime. Questo mi fece decidere, contro il parere del medico, a fargli prendere parte alla spedizione».
Della grande e mitica avventura che cent’anni fa portò alla prima trasvolata del Polo Nord, forse la storia più epica è proprio la sua, quella di Attilio Caratti. Era un motorista di rara abilità, lo aveva dimostrato durante la Prima guerra mondiale, e a Nobile lo aveva raccomandato uno dei suoi fratelli, Agostino, capo tecnico nello stabilimento militare dove stavano costruendo il «N1», il gigantesco dirigibile che poi sarebbe stato chiamato «Norge» per siglare l’alleanza fra Italia e Norvegia.

I Caratti erano di Rovato e la città franciacortina li ha sempre avuti, e giustamente, in grande considerazione. Ora, per i cent’anni dalla prima trasvolata polare, Rovato promuove una mostra e un volume che raccoglie i pannelli della rassegna. «Cent’anni dalla conquista del Polo Nord 1926-2026» (Liberedizioni, 70 pp., 20 euro) è il titolo del libro, con testi in italiano e in inglese e ricco di illustrazioni dell’epoca, scritto da Marco Facchetti, Cesare Tonini e Gianluigi Valotti. Sarà presentato in occasione dell’apertura della mostra, lunedì 11 maggio, alle 11 in Municipio.
L’impresa del 1926
Era infatti l’11 maggio 1926 quando il grande dirigibile lasciò la base di King’s Bay, nelle isole Svalbard, per fare rotta sul Polo; lo avrebbe sorvolato il giorno successivo, scoprendo che lassù non c’era una «rupe nigra et altissima» come s’era immaginato il grande geografo Gerardo Mercatore, alla fine del Cinquecento, ma distese di ghiaccio a perdita d’occhio.

Sul Polo vennero lanciate tre bandiere: norvegese, americana e italiana. Norvegese era Roald Amundsen, che fra il 1903 e il 1906, aveva conquistato il Passaggio a Nord-Ovest, dalla baia di Baffin allo stretto di Bering, a bordo d’un piccolo peschereccio. Americano di Chicago era Lincoln Ellswort, ingegnere ferroviario e minerario in Canada e Alaska, che sulle Ande era andato a cercare le sorgenti del Rio delle Amazzoni, e finanziava l’impresa.
Ma la differenza la faceva l’italiano Umberto Nobile, generale del Genio, docente di costruzioni aeronautiche all’Università Federico II di Napoli e padre del N1, dirigibile semirigido più performante del modello rigido progettato e costruito qualche anno prima dal tedesco Ferdinand von Zeppelin. Era il mezzo a fare la differenza: struttura in acciaio e alluminio, avvolta da un tessuto gommato speciale prodotto dalla Pirelli; era lungo 106 metri, aveva un diametro di 18 metri e mezzo, conteneva 18mila metri cubi di idrogeno, poteva portare un carico di 6 tonnellate e mezza e raggiungere una velocità di 113 Km orari.
A bordo, per quella spedizione, c’erano sedici esploratori. E Titina, la cagnolina che Nobile portava sempre con sé, come mascotte. Sei gli italiani (con Nobile, Renato Alessandrini, Ettore Arduino, Attilio Caratti, Natale Cecioni e Vincenzo Pomella) e nove gli svedesi, oltre al finanziatore americano. L’idea originaria era di Amundsen, Nobile ne era affascinato, ma i rischi erano molti: avrebbe retto un dirigibile a quelle condizioni estreme? E come attraversare 3.400 km su territori inesplorati per almeno 2.500 km?

Servì un mese per giungere a Nord: il 10 aprile la partenza da Ciampino verso Pulham, in Inghilterra, poi verso Oslo e quindi a Gatschina, in Russia, poi a Vadso e finalmente, il 7 maggio, alle Svalbard. Il balzo decisivo iniziò l’11 maggio, il giorno successivo il Norge passò sul polo, ma poi finì nel limbo di una fitta nebbia che durò due giorni. Solo il 14 maggio toccò terra, a Teller, in Alaska. Il comandante Nobile inviò un cablogramma alla moglie Carlotta: «Arrivato felicemente a Teller, in Alaska. Questo viaggio mi sembra un sogno». Più scarno quello inviato da Caratti: «Benissimo Baci = Attilio».
Il ritorno e la nuova spedizione
Poi la grande tournée negli Stati Uniti. Da Chicago Attilio Caratti scrive al fratello Nino: «Questo nostro viaggio trionfale e interminabile attraverso l’America ci dà non poco da fare. Non si ha un minuto di tregua. Chi ci vuole a destra chi a sinistra poi si riparte per altre città e di lì di nuovo da capo...». A Napoli e poi in Campidoglio a Roma, da Mussolini, arriveranno solo agli inizi di agosto.
Ma Nobile stava già pensando alla nuova spedizione: raggiungere il Polo con il dirigibile «Italia». Partirono due anni dopo, nell’aprile del 1928. Ma raggiunto il Polo Nord il 24 maggio, l’aeronave fu investita da una bufera e si schiantò sul pack. Nobile, ferito, con altri otto si rifugiò nella celebre Tenda rossa; uno morì, gli altri vennero recuperati con una grande operazione internazionale di salvataggio durata sette settimane.

Attilio Caratti e altri cinque componenti della spedizione rimasero sul dirigibile, che dopo l’urto, trascinato dal vento, scomparve nel nulla.
Un monumento modellato dal nipote Aldo Caratti, maestro «brusafer» della scuola rovatese Richino, lo ricorda ancora, alla King’s Bay nelle Svalbard.



