Cultura

Per Enrico Brignano il teatro è accogliente come il salotto di casa

Doppio sold out, ieri e oggi al Morato di Brescia, per il comico che aggiorna il repertorio con pandemia e Ucraina
Enrico Brignano ieri sera al Gran Teatro Morato - New Reporter Marazzani © www.giornaledibrescia.it
Enrico Brignano ieri sera al Gran Teatro Morato - New Reporter Marazzani © www.giornaledibrescia.it
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Niente orchestra per Enrico Brignano, ma doppio sold out: duemila persone hanno riempito ieri sera il Gran Teatro Morato di Brescia, altrettante lo faranno oggi, alle 18, per il suo «Ma... Diamoci del tu», one man show (con qualche incursione musicale) che diventa occasione unica per vedere dal vivo uno dei talenti sfornati da Gigi Proietti, tra i comici più apprezzati del panorama italiano.

«Avere il teatro pieno non è scontato. Voi avete preso i biglietti con i saldi? No, ecco, nessuno! Niente va dato per scontato, nemmeno la democrazia».

Sui tuttologi

Con la sua cadenza romana, Brignano ha ironizzato sulla guerra in Ucraina (ridendoci su con rispetto), sui «ventisei mesi sul divano con piaghe da decubito ad ascoltare i tuttologi», sui nuovi mestieri sulla bocca di tutti (virologi, infettivologhe, pandemiologi, «Barbara D’Urso che ci insegna a lavarci le mani»), su quando «si poteva comprare il lievito, ma non le risme di carta; che dovevamo usare, la carta forno nella stampante?». Spettatrici e spettatori hanno riso con gusto, dandogli volentieri del tu. Anche i due ritardatari milanesi che, arrivati dopo mezz’oretta, hanno chiesto «Ci siamo persi qualcosa?», giocando con il protagonismo che Brignano ha offerto loro per un minuto.

«Non sono solo i romani a essere ritardatari, eh? Certo che vi siete persi qualcosa!», ha riso, prima di fare un riassuntino al volo. «Dove c’è palcoscenico c’è casa»: per Brignano il teatro è il suo salotto buono, la casa in cui accoglie i fan. «Avrei potuto fare un altro lavoro? Certo! Lo speculatore, il ricettatore, il parlamentare, ma io no: capoccione, sognavo lo spettacolo». In adolescenza fu folgorato dalla tv, ha ammesso. A colpirlo fu una Signorina Buonasera con l’annuncio dell’avvento dei colori sulla Rai. «Rimanemmo con la tv accesa per giorni: non avevamo capito che serviva cambiare l’apparecchio!».

Ma la folgorazione maggiore fu, in realtà, un programma visto nel doposcuola. Non un’accademia, non una scuola d’arte: lui all’epoca lavorava al tornio dell’Ipsia Antonio Locatelli. «Sporco di grasso e puzzolente d’officina mangiavo la pasta davanti al Grundig arancione acceso sul secondo canale. E guardavo "Saranno famosi"». Da lì la decisione di intraprendere la carriera artistica. Non frequentando la High School for Performing Arts di New York (era lì che studiavano i protagonisti di «Fame»); non superando il primo provino alla Silvio D’Amico; e ricevendo in realtà tanti no. Ma, alla fine, entrando nella scuderia dei giovani comici del Brancaccio. Mica male.

Brignano ha dato voce alla quotidianità, ha sottolineato le contraddizioni del Paese, ha smascherato le idiosincrasie diffuse (condivisibili o meno). «Siamo buoni e cari, noi italiani, ma se fai jogging ti sbattiamo in galera. Se sei mafioso magari te la cavi! Matteo Messina Denaro i dpcm li aveva presi alla lettera, stava a casa, quindi a posto!». La sua comicità vince: rispettosa, intelligente, nazionalpopolare, con qualche parolaccia qua e là - che ogni tanto ci vuole - classica, ma mai superata, mai antiquata. Mai noiosa, sempre spassosissima. Il ricordo di Costanzo. Alla fine, richiamato a gran voce e a forza di battimani sul palco, Enrico Brignano concede, e si concede, pure un ricordo di Maurizio Costanzo, con rispetto, ma anche con una simpatica aneddotica.

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