Cultura

Al Grande parte la stagione d’opera: «Carmen, tragica e indipendente»

Marco Bizzarini
Il regista Stefano Vizioli per l’apertura venerdì del cartellone lirico: «Opera famosa, ma tutt’altro che facile»
Il progetto per la scenografia della Carmen al Teatro Grande
Il progetto per la scenografia della Carmen al Teatro Grande
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Nel centocinquantesimo anniversario della morte di Georges Bizet e della prima rappresentazione di «Carmen» (1875), l’opera francese più popolare al mondo tornerà sulle scene del Teatro Grande per inaugurare la nuova Stagione d’opera. Sono in programma due recite, la sera di venerdì 26 settembre (ore 20) e il pomeriggio di domenica 28 (ore 15.30), a loro volta precedute da una speciale anteprima giovani domani, mercoledì 24, alle 17.

Nel ruolo della protagonista si alterneranno Emanuela Pascu ed Emilia Rukavina; l’Orchestra dei Pomeriggi Musicali è diretta da Sergio Alapont, firma la regia Stefano Vizioli. Non si vedrà in scena una Spagna tradizionale, da cartolina, ma verrà invece messo in evidenza il tragico isolamento dei personaggi che può sicuramente far riflettere gli spettatori del nostro tempo.

«Per “Carmen” – dichiara il regista Vizioli – ho sempre avuto una predilezione speciale. La vidi in scena per la prima volta a Roma da bambino. Ho poi suonato questa musica tante volte in veste di pianista accompagnatore, ma è la prima volta che affronto questo titolo come regista. Avere una conoscenza di tipo affettivo è diverso rispetto a quando si studia in modo approfondito lo spartito e la sua drammaturgia. Mettere in scena “Carmen” è davvero una bella sfida».

Maestro, possiamo dire che ai nostri giorni è l’opera più famosa in assoluto?

Sicuramente rientra in un terzetto ideale che comprende anche la “Traviata” e la “Bohème”. Ma questo non vuol dire che sia un’opera facile da rappresentare. Tutt’altro, anche per ragioni economiche: richiede imponenti forze corali, tante comparse, coreografie… E se il budget è ridotto, come oggi capita spesso, allora bisogna fare i salti mortali.

A quale versione assisteremo?

Quella con i recitativi musicati da Ernest Guiraud. Non ci saranno dunque i dialoghi parlati tipici dell’opéra-comique. Io penso che questi dialoghi siano illuminanti per la drammaturgia, ma capisco che se i cantanti non sono tutti di madrelingua francese, è una scelta troppo rischiosa, ed è per questo che i teatri italiani tendono a evitarla. In ogni caso, la versione Guiraud ha una sua tradizione consolidata cui hanno contribuito direttori e registi di prima grandezza.

Rispetterà le indicazioni storico-geografiche del libretto oppure si muoverà con una certa libertà?

Sono diventato noto come il regista delle «false tradizioni!. Voglio però dire che il rispetto dello spartito rimane fondamentale, e tra me e me dico sempre: 1Ti devi fare amico lo spartito». Ma questo rispetto vale più per le metafore che per la lettera. Vogliamo fare di Carmen una rassicurante cartolina spagnola oppure considerarla la tragedia di una donna indipendente? Ho cercato di rileggere i personaggi accentuando il loro isolamento. Di don José rilevo l’incoerenza (al contrario di Carmen, che è sempre fedele a se stessa), mentre in Michaela, talora rappresentata come una monaca, scorgo una spiccata personalità non priva di malizia. Il lato tragico dell’opera, a partire dalla durezza del racconto di Mérimée, merita di essere posto in primo piano.

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