Ornella Vanoni, una ragione di più per apprezzare la sua classe infinita

Vittoriale stracolmo per il concerto-racconto con il pianista Valdemarin e con Finazzer Flory
Ornella Vanoni in concerto al Vittoriale
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Ornella Vanoni in concerto al Vittoriale

La «sophisticated lady» della canzone italiana incanta nella magia del Vittoriale, con la sua inesausta voglia di cantare e di raccontarsi. E se ci si poteva aspettare più aneddotica che canto, si è sorprendentemente (e piacevolmente) smentiti: Ornella Vanoni, classe 1934, con quella classe infinita e l’irresistibile birignao, regge con disinvoltura il doppio impegno, protagonista assoluta di un mini-concerto voce e piano (quello di Fabio Valdemarin).

C’è il tutto esaurito nell’anfiteatro dannunziano ed è facile capire perché: vanno colte al volo le ormai rare occasioni per vedere all’opera quella che, dal 1958, è una signora della musica nazionale. Ieri sera, poi, è stata l’eccezione rispetto alla norma degli ultimi tempi, fatta di interventi brevi, come al Tenco, al Concertone del Primo maggio o all’Arena di Verona per il tributo a Dalla. Nella «conca marmorea sotto le stelle», Vanoni entra in scena con la chioma fiammeggiante, un lungo abito verde e dorate calzature in stile inizio ‘900, presentandosi alla platea con l’abituale ironia civettuola: «Siamo al Festival della Bellezza... beh, eccomi qui!».

Pochi minuti e ha già conquistato il pubblico, attraverso «una canzone che mi somiglia molto»: si tratta di «Un sorriso dentro al pianto», che contiene una frase che in effetti la veste perfettamente, quella che dice «io sono tutto l’amore che ho dato». Seguono «Rossetto e cioccolato», «La voglia, la pazzia», quindi «La tristezza». Mentre si racconta, inventandosi una delle finte amnesie di serata, abbassa le spalline e ride divertita: «Quando si invecchia si diventa un po’ matti o dei rompiballe, ma soprattutto si torna bambini».

Sembra allora che stia per iniziare una filastrocca dell’infanzia, ma in realtà si lancia nell’esecuzione (da brividi) di uno dei suoi cavalli di battaglia, «Domani è un altro giorno», splendido brano che ha superato il mezzo secolo senza dimostrarlo per niente. Sollecitata dal drammaturgo Massimiliano Finazzer Flory, la cantante milanese comincia poi il suo viaggio nel tema di serata, con un’affermazione che scatena l’ovazione («Non bisogna essere stra-belli, per essere belli»). Quindi parla di amori (Strehler), di amici (Dalla), di Paoli che scrisse «Senza fine» pensando alle sue mani grandi, dell’infatuazione per la musica brasiliana, indotta da Sergio Bardotti. Ma anche di povertà che dilaga, di tropicalizzazione del clima («Siamo diventati come la Malesia!»), di letture, dell’adorazione per la poesia di Borges («Ne sono pazza!»). Sembrerebbe finita, dopo un’ora abbondante; ma il pubblico non si accontenta e la reclama a gran voce. Allora, da diva qual è, riappare sbuffando, per congedarsi alla grande, con la meravigliosa «Una ragione di più».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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