Come mai il libro di Paul Murray «Skippy muore» dopo 16 anni è un caso

«Skippy muore» e invece no. Non è un dato di cronaca o quantomeno non è uno spoiler della trama, visto che Skippy - effettivamente - muore. E lo fa lungo tutte le cinque pagine che costituiscono il prologo dell’omonimo romanzo del talentuosissimo scrittore dublinese Paul Murray. «Skippy muore», appunto. O, nella sua versione originale equivalente, «Skippy Dies».
A non morire, invece, sembra essere il mito di un romanzo pubblicato originariamente nel 2010 dalla casa editrice britannica Hamish Hamilton che ne rilasciò due versioni: una a tomo unico e, un’altra, oggi ricercatissima dai collezionisti, suddivisa in tre volumi in formato cofanetto e con una cover art oltremodo accattivante.
Oggi quel libro, all’epoca fra i finalisti sia del Booker Prize che del Costa Book Awards - fra i più prestigiosi riconoscimenti letterari nell’ambito della lingua anglosassone -, campeggia ai primi posti delle nostrane classifiche di vendita ed è fra i più recensiti nei blog letterari.
Un cult, lo sta definendo qualcuno, mentre a rotazione le testate giornalistiche lo hanno inserito fra «I libri da leggere della settimana»; «I libri per cominciare l’anno in modo romanzesco»; «I libri imperdibili» e «I libri più attesi dell’anno», oltre ad altre innumerevoli variazioni sul tema. Una sorta di standing ovation collettiva per il romanzo di formazione in salsa irish che strizza l’occhio a «Il giovane Holden», ma con una filosofia alla Donnie Darko.
A decretarne la recente buona sorte è stata la sua (ri)pubblicazione in Italia ad opera di Einaudi, che ha deciso di dare alle stampe un romanzo vecchio di tre lustri dopo il successo del più recente lavoro di Paul Murray, «Il giorno dell’ape» («The bee sting»), Irish Book of the Year del 2023, pubblicato dalla stessa Einaudi lo scorso anno e contestualmente vincitore del Premio Strega Europeo 2025.
Una consacrazione che è coincisa con la riesumazione di «Skippy», riportato in vita tipografica. Ma la verità è che i lettori italiani avevano già fatto la loro conoscenza con Daniel «Skippy» Juster, innamorandosi di quel libro non solo per la sua palese qualità stilistica o per la capacità di Murray di inquadrare in modo realistico quanto disturbante le angosce di un gruppo di adolescenti contemporanei.
A contribuire, nel 2010, alla fascinazione legata al romanzo fu il contesto in cui venne pubblicato, ovvero la collana «Special Books» di Isbn Edizioni, rocambolesca avventura editoriale sbarcata all’arrembaggio del mercato librario in quello stesso anno 2010 ad opera di Massimo Coppola, che ne era il direttore editoriale.
Nel decennio che intercorre fra il 2004 al 2014 pubblicò circa trecento titoli ed era considerata una delle migliori case editrici indipendenti in Italia, fino al patatrac finanziario che ne decretò il fallimento agli albori del 2015. Gli «Special Books» ne erano una costola: una collana di narrativa straniera caratterizzata da uno stile grafico peculiare, al punto che nel 2011 fu insignita dell’European Design Award per la categoria «book cover».
L’idea alla base era la pubblicazione di autori stranieri ancora inediti in Italia in formato oggetto del desiderio anche materiale: dimensioni contenute, titolo e illustrazione di copertina in rilievo e, sullo sfondo candido, un’ampia sinossi o addirittura l’incipit a tutto campo. «Skippy muore» fu il secondo titolo selezionato, ma il primo catturare, già allora, l’occhio e il cuore dei lettori.
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