Non sono solo «canzonette»: Edoardo Bennato in piazza Loggia è da ovazione
Le vie del rock (e del blues) secondo Edoardo Bennato continuano a essere infinite, oltre che magnifiche. C’erano 1.000 persone, ieri sera in piazza Loggia, per ascoltare il cantautore napoletano che a cavallo tra anni ‘70 e ‘80 riempiva gli stadi, ma che anche quarant’anni dopo richiama uno zoccolo duro di fan entusiasti, dimostrando di non essere per nulla «fuori dal gioco».
Un ensemble d’archi, il Quartetto Flegreo, apparecchia per il folletto napoletano una prima parte acustica che mette in tavola «Dotti, medici e sapienti», «In fila per tre», «Fantasia», «A cosa serve la guerra» (scritta per Leo Gassmann, che sabato lo ha preceduto nel cuore pulsante di Brescia), «L’isola che non c’è», «La fata», l’(auto)ironica e sopraffina «Cantautore», per la quale la platea funge da intonatissimo coro.
La voce è intatta, forse soltanto un poco affievolita (a 76 anni ci può stare), e comunque l’appeal, la presenza scenica, il senso dello spettacolo sono quelli di sempre. Poi c’è un repertorio incredibile di «canzonette», rispetto alle quali l’unico difetto (!) è l’abbondanza, che probabilmente lo costringe a dolorose esclusioni ogni volta che deve preparare una scaletta. Meno male che non lesina in generosità, così che ne vengon fuori due ore e mezza di live, con ben 23 pezzi limitando l’assenza di tracce seminali (mancano, ma son gusti personali, «Venderò», «Non c’è», «Campi Flegrei», «Non farti cadere le braccia»).
Rocker
Salutati viole e violini, Edoardo dichiara che «io credo nella carica immortale, sovversiva, reazionaria, rivoluzionaria, iconoclasta del rock’n’roll» e attacca, ora in solitaria versione elettrica, un medley che impasta juke-box che suonano, gatti e volpi in società, il desiderio di non esser messo alle strette e improbabili divi da hit parade. A intera band schierata, infine, salgono definitivamente volume e battiti, e arrivano le metafore senza tempo sulle dinamiche di potere, sovente ispirate da Collodi, su coloro che «fanno le regole del gioco», da «La torre di Babele» a «Mangiafuoco», da «Quando sarai grande» a «Mastro Geppetto» (impregnata di swing).
Scorre anche qualche pagina più nascosta (ma non meno bella) e Bennato decide di presentarla senza risparmiare fiato e aneddoti: «Stop America», «Lo zio fantastico» (di nuovo una canzone contro la guerra «che tutti i sogni porta via»), il magnetico e fluviale talkin’ blues autobiografico «A Napoli, 55 è ‘a musica» (l’artista è nato in via Campi Flegrei 55, a Bagnoli e nella Smorfia la cifra rappresenta la musica), «Pronti a salpare», «La calunnia è un venticello» (blues rossiniano, dedicata a Enzo Tortora e Mia Martini, che dalle calunnie furono annientati). Infine torna ai classici e infila una serie da urlo, in cui spiccano «La chitarra», «Rinnegato», «Un giorno credi», «Le ragazze fanno grandi sogni», «Il rock di Capitan Uncino». Ovazione.
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