Nel Duomo Vecchio risuonano le Voci di Dante narrate da Toni Servillo

Dall’altare della Rotonda l’attore illumina la serata bresciana facendo parlare Beatrice, Ulisse, Virgilio, Ugolino, Francesca
Antonio Borrelli

Antonio Borrelli

Giornalista

Toni Servillo nel Duomo Vecchio con Le voci di Dante
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Toni Servillo nel Duomo Vecchio con Le voci di Dante

A illuminare una sera bresciana di inizio maggio c’è uno dei più grandi attori italiani contemporanei. Sguardo rivolto verso l’altare di un Duomo Vecchio colmo in ogni ordine di posto, Toni Servillo narra «Le Voci di Dante» - quelle limpide e nascoste, quelle che otto secoli dopo sembrano raccontare l’oggi.

Il ventriloquo di Dio

«Le parole che gridano e cantano nella “Commedia” non le ha dette Messer Dante o Messer Alighieri, ma le hanno dette Beatrice, Ulisse, Virgilio, Ugolino, Francesca e le infinite voci dei personaggi che parlano nel suo poema – racconta Servillo -. E lui non è intrappolato in nessuna delle voci della Commedia, ma allo stesso tempo tutte le voci e i pianti della Commedia sono suoi. Perché attraverso i personaggi è sempre lui che c’è, sempre lui che ci parla come un ventriloquo di Dio».

Quelle voci diventano allora l’orchestra di una lingua «capace di suonare la musica della mente». Perché è dalle origini della lingua italiana che comincia il reading: dal Placito Capuano a Federico II passando per San Francesco.

In quell’orchestra di voci c’è allora Francesca da Rimini con un’amore che si scontra con la tragedia della colpa. C’è Ulisse che sfida ogni limite per «divenir del mondo esperto», emblema di un’inquietudine mai placata. Ma ci sono anche gli ignavi, allora come oggi. E in un vero e proprio montaggio di esistenze si arriva al Paradiso dove il verbo si fa etereo.

Le parole di Dante Alighieri riecheggiano nella Rotonda romanica: tra riflessioni e riferimenti biblici scorrono le terzine più celebri della letteratura in un continuo cerchio di cambiamenti e ritorni, staticità e metamorfosi. E d’altronde Servillo, grazie al testo scritto da Giuseppe Montesano, non si limita soltanto a interpretare Dante. Lo reinterpreta. «Un ascolto dell’opera tramato di cura e dedizione», come spiega il direttore artistico del Piccolo Teatro di Milano Claudio Longhi.

Uscire dal buio

Secondo il curatore i suoi personaggi siamo noi stessi con il nostro carico di amore, odio e, soprattutto, con la «voglia di uscire dal buio». Qui non c’è spazio per la retorica, c’è solo passato e presente. E nel vuoto di luce della Cattedrale, è stato questo l’unico punto fermo a guidare e illuminare lo sguardo del pubblico nel corso dell’intera ora di spettacolo. In tempi come questi, dove la parola è sempre più leggera e sfuggente in un mondo miserabile, giovedì sera la Cattedrale antica pareva un’apnea di pensieri.

Ambiziosa e ascetica, la rappresentazione - realizzata proprio dal Piccolo Teatro di Milano in collaborazione con Agenzia Teatri e con il sostegno di Fondazione Monte di Lombardia - è già pronta a proseguire il suo cammino verso le Chiese e le Cattedrali di Vigevano (venerdì) e Bergamo (sabato), con la chiusura prevista l’11 maggio nel Duomo di Milano.

Il progetto ha lo scopo di offrire alla cittadinanza lombarda un elevato momento artistico «per apprezzare il patrimonio culturale e religioso ereditato dall’opera dantesca», usando le parole del presidente di Fondazione Monte di Lombardia Mario Cera. Un obiettivo finora pienamente realizzato

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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