Nazzi: «La "nera" è diventata una serie tv. A Brescia dubbi su Bozzoli»

«Dopo il mostro di Firenze e i delitti del Circeo, a teatro racconto un’altra storia. Il caso che riguarda Cristina Mazzotti, che nel 1975 fu una delle prime, forse addirittura la prima donna sequestrata in Italia a scopo di estorsione: era milanese, aveva appena compiuto diciotto anni, e non fece più ritorno a casa. Una storia personale terribile, perché Cristina fu trattata in maniera disumana, ma anche una storia collettiva in cui riverbera un’epoca del nostro paese, trent’anni di rapimenti, dal 1969 al 1998, con il sequestro di quasi settecento persone, in prevalenza maschi, ma anche donne e bambini».
Il giornalista e podcaster di true crime Stefano Nazzi, romano di nascita e milanese per elezione, anticipa quello che sarà il cuore della sua narrazione in «Indagini Live 2026 - Un’altra storia», in scena lunedì 9 marzo al Teatro Dis_Play del Brixia Forum (in via Caprera 5 a Brescia, alle 21; biglietti da 34,50 a 46,00 euro + commissioni; info qui). Con lui abbiamo approfondito la materia affascinante e oscura che tratta quotidianamente, da oltre trent’anni, prima sulla carta stampata, quindi occasionalmente in tv, ma soprattutto attraverso libri, podcast, spettacoli dal vivo.
Stefano Nazzi: com’è cambiata nel corso dei decenni la narrazione della cronaca nera?
Si è consolidata una narrazione continua, quasi da serie a puntate, come se fosse necessario un aggiornamento in tempo reale che accumula informazioni e notizie, correndo il rischio costante che non siano veramente informazioni e notizie, perché non sono verificate e non si sa da dove vengano. Tanto che spesso si scopre a distanza di pochi giorni che non erano realmente notizie. Questo bombardamento continuo è rilanciato, se non addirittura lanciato dai social, ai quali purtroppo si accodano a volte anche i media tradizionali. Un fenomeno che in Italia è ancor più potente che altrove.
All’enfasi e alle iperboli, lei contrappone una narrazione essenziale, facendo dell’asciuttezza uno stile.
Ritenevo che ci fosse la possibilità di raccontare la cronaca in maniera più distaccata, senza mettermi al centro e senza dover per forza schiacciare l’acceleratore dell’emotività. L’emotività c’è comunque, per forza di cose, perché si parla di fatti terribili... non serve forzarla ad ogni costo... Poiché c’è gente che accoglie questa offerta, credo che l’intuizione non fosse sbagliata.
Dai podcast al live, il valore aggiunto è soprattutto la connessione con il pubblico?
Sono in effetti modalità diverse, e la connessione col pubblico che si crea dal vivo è senz’altro notevole. In comune hanno l’elemento a cui accennavo prima: deve brillare la storia, non chi la narra, che mai deve diventare protagonista. In entrambi i casi, c’è un racconto che coinvolge e diventa collettivo, con al centro i fatti e la storia.
Se guarda a Brescia con l’occhio dell’esperto di true crime, cosa le viene in mente?
Oggi, soprattutto l’ultimo colpo di scena del caso Bozzoli. La sentenza che assolve Oscar Maggi dall’accusa di concorso in omicidio ridefinisce un’altra volta la visione del caso stesso, seminando perplessità rispetto all’ipotesi che il corpo sia stato gettato nel forno. C’è la sentenza definitiva di condanna di Giacomo Bozzoli, certo, ma credo che il dubbio ci accompagnerà sempre.
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