Raphael Gualazzi: «Sul palco metto d’accordo note d’autore, classica e jazz»

Giacomo Baroni
Al teatro Borsoni con un trio e un’orchestra d’archi per salutare il 2024 che se ne va
Raphael Gualazzi - © www.giornaledibrescia.it
Raphael Gualazzi - © www.giornaledibrescia.it
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Come si suol dire, buona fine e buon principio. Il Centro Teatrale Bresciano in collaborazione con il Comune di Brescia ha in serbo un Capodanno con i fiocchi, regalando due eventi gratuiti al nuovo Teatro Renato Borsoni.

Toccherà a Raphael Gualazzi aprire i festeggiamenti, martedì 31 dicembre alle 21.45. Il 1° gennaio si esibirà invece l’ensemble del trombonista jazz Mauro Ottolini, in concerto alle 18 con «Nada mas fuerte». La partecipazione a entrambi gli spettacoli è a ingresso libero con prenotazione obbligatoria. I posti sono già esauriti, ma le iscrizioni verranno riaperte alle 10 di oggi in caso di eventuali rinunciatari, collegandosi al sito www.centroteatralebresciano.it.

«Il contesto dello spettacolo sarà molto intimo - anticipa Gualazzi - permettendo un rapporto con la musica più ravvicinato, facendo entrare l’ascoltatore nel movimento e nelle caratteristiche fisiche degli strumenti musicali». Di formazione classica ma con un interesse che si è rivolto al jazz e ai più diversi ambiti tra soul, blues e pop, il pianista e cantautore ha saputo far collimare ricercatezza e gusti del pubblico, diventando celebre anche grazie ai successi sanremesi e al secondo posto all’Eurovision Song Contest del 2011.

Per Capodanno, accanto a Gualazzi ci saranno il suo trio jazz e i 25 archi della S.M.Art Chamber Orchestra diretta dal maestro Sandro Torriani.

Gualazzi, come farà convivere queste due anime?

Gli arrangiamenti dei brani sono stati curati dal maestro Stefano Nanni. Il mio desiderio era quello di estendere il connubio tra tre mondi che mi appartengono: la musica cantautoriale, la classica e il jazz. Questa fusione avviene anche attraverso il coinvolgimento di artisti con preparazione e conoscenze in diversi campi musicali. La bellezza della musica risiede nell’armonizzarsi di differenti personalità che si incontrano in un linguaggio comune.

Cosa si ascolterà in concerto?

Lo spettacolo sarà un viaggio attraverso i brani più cari del mio percorso dal 2005 a oggi. Sono stati selezionati non per l’esposizione mediatica o il loro successo ma per farli rivivere con questo bellissimo organico orchestrale; alcuni sono famosi come «Follia d’amore» o «Sai (ci basta un sogno)», altri da riscoprire come «A Song for Your Soul». Ci saranno anche omaggi al cinema: abbiamo arrangiato uno dei temi scritti per la colonna sonora di «Un ragazzo d’oro» di Pupi Avati.

Lei ha incrociato il mondo del cinema diverse volte...

Ho sentito sempre di più l'esigenza di vivere la musica attraverso le immagini. Di recente ho collaborato con la Cineteca di Milano, suonando su dei cortometraggi muti degli anni Venti. Ho sempre pensato al linguaggio musicale e a quello cinematografico o di animazione come molto legati. Uno dei brani del primo album si chiama «A French Cartoon», è ispirato a un immaginario cartone francese.

Dall’immaginazione ai sogni: il suo ultimo album s’intitola «Dreams». Cosa unisce i brani del disco?

Ho capito l’importanza di partire dalla dimensione immaginativa e fantastica per trovare la concretezza di quello che veramente conta, di individuare gli strumenti per vivere i sogni che rappresentano il nostro presente, anziché ossessionarci rispetto a obiettivi da raggiungere. In questo la musica ci aiuta tantissimo perché è un linguaggio fantastico, mai uguale a se stesso. Come il teatro, si rigenera sempre durante l’interpretazione dal vivo. Ha una responsabilità nel racconto della testimonianza umana del tutto personale. 

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