Opera al Teatro Grande, dopo vent’anni torna l’«Andrea Chénier»

Dopo vent’anni di assenza torna sulle scene del Grande «Andrea Chénier» di Umberto Giordano. Le due recite sono in programma giovedì 21 novembre alle 20 e sabato 23 alle 15.30. Nella compagnia di canto spiccano il tenore Angelo Villari nel ruolo del protagonista, il soprano Maria Teresa Leva (Maddalena) e il baritono Angelo Veccia (Gérard); dirige il maestro Francesco Pasqualetti, regia di Andrea Cigni. Si tratta di una coproduzione che ha già debuttato, con cast differente, al Teatro di Pisa e che ora approda in Lombardia.
«È la prima volta – spiega il regista Cigni – che affronto il capolavoro di Giordano. “Chénier” è davvero un’opera bellissima, ma anche complessa, ed è per questo che, malgrado la sua popolarità, non viene rappresentata molto spesso. Con questo titolo il compositore, dopo alcune prove altalenanti, ottenne il suo primo trionfale successo alla Scala nel 1896. La partitura è ricca di momenti felici, pensiamo ad esempio all’aria di Maddalena “La mamma morta”, ripresa anche nel film “Philadelphia”».
Nell’allestimento verrà rispettata la cornice storica della Rivoluzione francese?
Ma certo: questa è un’opera che non consente, senza forzature, trasposizioni in altre epoche. Si nomina il busto di Marat e a un certo punto compare perfino Robespierre. D’altra parte, l’essenza drammaturgica più profonda del lavoro si riferisce a un tema che non è esclusivo del tardo Settecento, ma che può appartenere a ogni tempo: il trionfo dell’amore sulle convenzioni sociali.
Si associa spesso Giordano al fenomeno del verismo musicale, ma questa categoria vale anche per «Andrea Chénier»?
Può valere per la precedente opera, «Mala vita», ambientata nei bassifondi di Napoli, ma sicuramente meno per un personaggio storico come Chénier, che si presenta come un patriota romantico. Tuttavia, quando irrompe in scena il popolo, l’estetica si fa più cruda e realistica, riflettendo il caos del collasso del vecchio regime. Pure il servo Gérard ha tratti veristi: è un personaggio che si evolve nel corso dell’azione. Appare all’inizio come un servo indolente, diventa quindi un carnefice, quasi uno Scarpia pucciniano, salvo poi ravvedersi, troppo tardi, per mostrare il suo lato umano.
Dal punto di vista scenico, dominerà un approccio all’insegna del realismo?
Di più: parlerei di “iper-realismo”, ma solo nelle prime scene. Nell’ultimo quadro, invece, quando il destino dei protagonisti è ormai segnato, la scenografia si spoglierà di questo realismo per assumere una valenza simbolica. Così, la prigione in cui Chénier e Maddalena si incontrano per l’ultima volta diventa un luogo della mente che trascende, come già accennato, la pura realtà storica.
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