Mattia Venni nelle Nozze di Figaro in New Mexico: «Orgoglio ed emozione»

Enrico Raggi
Il basso–baritono bresciano debutterà all’Opera di Santa Fe nel ruolo mozartiano diretto da Harry Bicket
Mattia Venni in scena
Mattia Venni in scena
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«Sono felice di poter annunciare il mio debutto all’Opera di Santa Fe, uno dei teatri lirici più importanti d’America. Entrare in quel luogo carico di storia mi riempie di orgoglio e di emozione. La considero una svolta nella mia carriera». Così il basso–baritono bresciano Mattia Venni commenta il suo prossimo impegno estivo nella capitale del New Mexico, nel cast delle «Nozze di Figaro» di Mozart (sarà Antonio) dirette da Harry Bicket.

Un passato da fotografo e regista, Mattia Venni lavora negli Stati Uniti ormai da quasi dieci anni. «Devo ringraziare l’Opera di Sarasota in Florida, che mi ha fatto esordire a marzo come Figaro, un ruolo cui ambivo ma che non avevo ancora portato in palcoscenico – racconta Venni –. A Santa Fe sarò accolto dall’elegante regia di Laurent Pelly, ambientata a fine anni ‘30».

Come ha trovato i melomani americani?

Li trovo calorosi, diretti e competenti. Il musical è la lingua madre statunitense, ma la lirica è diventata una seconda divisa nazionale. Sono aperti alle novità e al rischio, gradiscono pure titoli rari e prime esecuzioni (Crispino e la comare, Anna di Resburgo, Medea in Corinto, per citarne alcuni). Il botteghino copre un terzo dei costi, il resto proviene da donatori privati. Quando incontrano un interprete italiano madrelingua, scatta subito il feeling. Apprezzano e interagiscono. Del mio ruolo mozartiano la critica ha sottolineato il raffinato trattamento del testo, la rifinitura della parola cantata, il physique du rôle, la verità scenica, il dominio della recitazione, presenza e comicità. Un loro punto di forza sono le lunghe sessioni di prove dedicate a ogni nuova produzione: per preparare le «Nozze» abbiamo lavorato quasi due mesi.

Quali sono le maggiori difficoltà incontrate?

Non è facile memorizzare oltre 400 pagine di spartito. Per entrare nella magia di Mozart mi sono preparato con il grande Alessandro Corbelli, il maestro con cui mi sto perfezionando ora, dopo la scomparsa di Coviello.

Perché considera il Santa Fe Opera un tempio della lirica?

La sua storia è intrecciata a musicisti leggendari, a cominciare da Igor Stravinsky. Lì hanno esordito i miei «colleghi» Samuel Ramey, Sherrill Milnes, Chris Merritt, Joyce DiDonato, fra i molti. Noi europei tendiamo a identificare e a limitare lo snodo melodrammatico americano al solo Met di New York, ma i teatri operistici Usa di classe A sono numerosi: l’Opera di Chicago, San Francisco, Dallas, Washington, Santa Fe.

La risentiremo presto in Italia?

A fine 2024 ho cantato a Lecce, Trento, Bari; in gennaio sono stato al Teatro Galli di Rimini, dove ho interpretato Dulcamara nell’«Elisir d’amore». In marzo ho tenuto un récital solistico al Consolato italiano di New York, con sede in Park Avenue, presentando un pezzo di tradizione belcantistica italiana, da Tosti a Bixio, passando per Donizetti e Bellini. La vita mi ha portato negli Stati Uniti, ma ritornare in Europa è sempre una delle mie maggiori ambizioni. Sogno la Scala, certo. Ma insieme desidero riabbracciare i miei concittadini bresciani.

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