Musicista-labirinto, a suo agio davanti a qualsiasi pentagramma; indole di insuperabile esuberanza, sommamente virtuosa eppur capace di spiazzante poesia e di classica misura; compattezza di molosso con ampia gamma di delicatezze nel tocco. Modestia, caparbietà, gentilezza sono alcune altre sue caratteristiche.
La vita della pianista taiwanese Wu Yi–Ling è strettamente legata a Brescia: vi risiede da sette anni, si è da poco diplomata al Conservatorio «Marenzio», il suo cuore batte per un giovane bresciano. Classe 1997, si è esibita a Parigi, Taipei, Valldemossa (Spagna), ha suonato più volte al Festival Pianistico di Brescia e Bergamo, ha appena registrato un cd monografico dedicato a Paolo Ugoletti; a breve, con la violinista Maria Concetta Annese, al Salone Da Cemmo, incide «Il suono di una rosa», disco intitolato alle compositrici Elfrida Andrée, Mel Bonis, Rebecca Clarke, Amanda Maier, Maria–Theresia von Paradis, Clara Wieck.

Il 27 ottobre tiene un concerto all’Ufficio di rappresentanza di Taipei di Lombardia, a fine gennaio suona con il violinista Pietro Milzani per la Società Umanitaria di Milano.
Come si trova a Brescia?
A Brescia mi trovo benissimo, la considero una nuova casa. Non si corre a perdifiato come nel mio paese d’origine, la vita è più tranquilla e l’aria più pulita. A Taiwan c’è tutto l’anno un caldo soffocante, qui si alternano le stagioni; anche il cibo è squisito. Amo il vostro modo di affrontare la giornata con calma e determinazione, ma, insieme, con un sorriso sulle labbra che sembra dirmi: «Stai tranquilla, ogni problema può essere affrontato e, se Dio vuole, risolto».
Quando ha iniziato a suonare?
A soli tre anni, per imitare mia sorella maggiore, flautista e pianista. Poi un amico dell’Università di Taipei mi ha suggerito il nome di Giampaolo Stuani, che lui già conosceva. Ho seguito il suo consiglio e nel 2017 sono arrivata a Brescia per perfezionarmi. Dei musicisti italiani apprezzo il lirismo, il modo di fraseggiare libero e sempre pieno di canto, che trae evidente ispirazione dall’opera lirica. In Oriente l’Italia è considerata ancora una tappa imprescindibile, anche se negli ultimi anni mi sembra il numero degli studenti asiatici sia globalmente diminuito.
Cosa ci racconta dei lavori di Ugoletti appena pubblicati?
Sono dodici ritratti musicali dedicati a personaggi «scomodi» («eroi sporchi», li ha definiti il compositore), H. P. Lovecraft, Roger Scruton, Pavel Florensky, Ezra Pound, Cristina Campo, Karl Kraus, per dirne alcuni. Dentro vi brilla sempre una bella melodia, un’armonia interessante, una limpidezza di fondo pur nella modernità del tono. Apprezzo gli effetti inediti, gli esperimenti, le nuove vie, ma adoro intrecciare le mie idee a quelle dell’autore, come accade con le opere di Ugoletti. Nel groviglio della musica ci si illude di trovare facilmente l’uscita e invece ci si rende conto, anno dopo anno, di aver sbagliato addirittura l’entrata. Amo invece quella chiarezza del pensiero artistico capace di indicarti un percorso, in un continuo cambio di prospettive, di transizioni e di svolte.



