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Giulio Francesco Togni, primo cd nel segno di Royer e Rameau

Enrico Raggi
Lavoro da solista eseguito su una copia di Blanchet per l’organista bresciano. «Fedeli alla musica per servirla»
Giulio Francesco Togni - © www.giornaledibrescia.it
Giulio Francesco Togni - © www.giornaledibrescia.it
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L’organista Giulio Francesco Togni, alla maniera dell’antico musico, pratica l’arte della «sprezzatura»: condotta di estremo rigore e autocontrollo, quasi a nascondere l’arte; fare e dire senza fatica apparente, con una sorta di eleganza naturale; equilibrio, disinvoltura nell’affrontare le varie difficoltà, passando dal podio al dominio di diverse tastiere, dalla curata scrittura su pentagramma al piacere della conversazione.

Tappe prestigiose

Primi studi al Conservatorio «Luca Marenzio» di Brescia sotto la guida di Pietro Pasquini, poi Vicenza, Fiesole, Venezia, Milano, l’Olanda, la Francia; collaborazioni in prestigiose rassegne di musica antica (Mantova, Modena, Treviso), curriculum generoso e selezionato.

Togni sta per pubblicare il suo primo cd solistico, «pensato attorno ai nomi di Joseph-Nicolas-Pancrace Royer e Jean-Philippe Rameau - spiega Togni -. Royer è autore pressoché sconosciuto, ma si tratta di una delle tante ingiustizie della storia. Royer fra l’altro nacque e si formò a Torino prima di tornare a Parigi; in lui sento un po’ dello spirito italiano, un legame tra Francia e Italia che intendo scoprire non solo tramite questo disco. Lo strumento su cui inciderò è una copia di Blanchet costruita da Bruce Kennedy, strumento a me caro perché proprio su quelle tastiere ho ricevuto la mia prima lezione con Christophe Rousset».

L’intervista

Lei ha studiato con numerosi importanti maestri (Fadini, van Oortmerssen, Sardelli). Chi ricorda con particolare affetto?
«Come scegliere? Tutti mi hanno dato molto e, nel mio modo di affrontare la musica, credo qualcosa di loro sopravviva. Mi trovo proprio ora al Café de Flore di Parigi, dopo una splendida lezione con Christophe. Grazie a lui ho vissuto le esperienze che mi hanno cambiato di più, ho avuto la possibilità di esplorare la mia personalità musicale senza compromessi. Ho potuto imparare cosa significa rimanere fedeli alla musica per servirla. Ci vuole tanto amore. Solo allora la musica ci innalza e ci consola».

Nel 2019 ha suonato un organo in America, da lei progettato insieme ad altri studiosi. Come è andata?

«Nel 2015 Francesco Cera organizzò un tour in Italia per il team che avrebbe dovuto realizzare un organo nello stile italiano negli Usa. In quel periodo mi trovavo a suonare regolarmente i preziosi organi di San Giuseppe, del Duomo Vecchio e in Santa Maria del Carmine, perciò mi chiesero di partecipare alla fase progettuale; Cera mi chiese inoltre di organizzare le visite bresciane. Quattro anni fa ho suonato nella Christ Church Cathedral di Cincinnati quello strumento appena costruito. In America c’è molta ammirazione per il nostro patrimonio musicale, non dovremmo mai dimenticarcene».

Ha qualche ricordo del prozio Camillo?

«Purtroppo non l’ho mai potuto conoscere, tuttavia lo "incontro” ogni giorno che passo nella sua casa di Gussago, un vero angolo di paradiso, dove il contatto con la bellezza e la storia è quotidiano. Tutto è rimasto intatto, a partire dal mobilio: è come se lui dovesse rientrare in casa da un momento all’altro; forse non l’ha mai abbandonata. Quest’anno stiamo costruendo la nuova biblioteca che conterrà tutti i suoi volumi (dodicimila) e la copia dell’archivio che si trova in Fondazione Cini a Venezia. A settembre, proprio in questa dimora storica, presenteremo una stagione di musica antica: sarà l’occasione migliore per inaugurare il concluso restauro dei giardini d’epoca».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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