Chopin, poeta del pianoforte? Quanto sia riduttivo questo luogo comune lo si è potuto misurare questa sera, al Teatro Grande, nel concerto di Louis Lortie per il 63° Festival Pianistico Internazionale, che ha voluto illuminare il contrasto tra un pianismo brillante ed estroverso, caratteristico del primo Chopin, e pagine mature in cui si riflette un compositore ricercato, che pesa ogni nota che scrive.
Lortie ha affrontato gli Studi op. 25, variopinto catalogo di prodezze tecniche e finezze espressive, senza esibizioni muscolari, preferendo il colore alla velocità, il dettaglio all’effetto. Nell'epoca di monocromi virtuosi da TikTok, scelta controcorrente e apprezzabile, macchiata da incertezze solo in parte mascherate da un suono apparso subito pieno e ben calibrato.
Suono che è salito davvero in cattedra dopo l’intervallo. L’Andante spianato e la successiva Grande Polacca Brillante sono tra le pagine più amate di Chopin, e qui il pianoforte di Lortie si è disteso in tutta la sua potente leggerezza, trovando un raffinato equilibrio tra cantabilità e palpiti eroici.
Con la successiva quarta Ballata l'evoluzione del linguaggio di Chopin non poteva poi risultare più evidente. Racconto epico in musica, opera sublime che intreccia pensieri di ghiaccio e slanci infuocati, contrappunto e invenzioni armoniche, per l’interprete è un rebus arduo da risolvere, ma Lortie ne ha offerto una versione matura, insieme lirica e vibrante.
Ancor più difficile da decifrare, la Polacca-Fantasia che ha chiuso il programma è un ibrido sperimentale che unisce la foga marziale della Polacca, ridotta a segno astratto, alla libertà inquieta della Fantasia. Lortie si è avventurato tra le contraddizioni senza l’ambizione di risolverle, trovando nella pulizia del suono la luce per farsi strada nei sofisticati labirinti della matura creatività chopiniana. Lunghi applausi e due bis al fulmicotone, due studi dall'op. 10.



