Festa dell’Opera, una giornata lirica dal Tribunale all’aperitivo
Per molti bresciani non è sabato senza aperitivo pre pranzo al Bianchi. Una tradizione andata via via consolidandosi in questi ultimi anni, che ieri si è ripetuta tale e quale ma con un tocco in più, grazie alla Festa dell’Opera 2025 che ha riempito Brescia di melomani, turisti e appassionati di musica. Dall’alba a mezzanotte e mezza sono stati diversi i tutto-esaurito. E tra i momenti clou c’è proprio l’aperitivo in via Gasparo da Salò.
La scena
In quella che è ormai un’usanza per molti bresciani di ogni età, poco prima dell’una di ieri si è infiltrata una scena meno usuale. A due passi dal brusio delle trattorie in via Gasparo da Salò si cantava: le chiacchiere si sono mescolate alle arie d’opera, creando un’atmosfera surreale ma piacevole, che dava l’impressione di una città ancora più piena di vita. Ai primi gorgheggi dei cantanti attorno al palco improvvisato per l’occasione si è creata una calca: curiosi di passaggio, famiglie con bimbi al seguito e persone intente a percorrere le tappe della Festa dell’Opera si sono piazzate all’imbocco della via, a due passi dalla movida. I più coraggiosi sono diventati parte dello spettacolo, e hanno domandato agli artisti di cantare un’aria della loro opera preferita. Dopo Silvia Spessot è stata la volta di Elena Antonini. Le viene chiesto di intonare «Che cos’è l’amor» e lei lascia il pubblico a bocca aperta. Anche i più piccoli, dopo aver cercato di imitare le espressioni tipiche del canto lirico, la ringraziano con un lungo applauso. Cambio: sul palco sale Nicolas Resinelli, poi Matteo Mollica. Al piano c’è Romolo Saccomann.
L’aria è piena di fascino: c’è chi applaude, chi balla, da solo o insieme ai propri figli, chi canta sottovoce. Tra il mercato del sabato e i locali pieni zeppi di gente si è creata un’altra nicchia di vita, dove il belcanto l’ha fatta da padrone. Che bello il cuore della città così: la maggior parte delle persone non si conoscevano, eppure tutti hanno percepito unione con l’altro grazie alle note.
In Tribunale
Grande interesse l’ha suscitato anche una delle opere-simbolo di questa Festa, perfettamente a pennello con il tema «Libertà e giustizia». Il processo è simulato, ma l’aula di tribunale è vera. E non una sala qualsiasi, ma quella autentica del Palazzo di Giustizia di via Lattanzio Gambara dove ogni giorno da anni si celebrano udienze, si ascoltano testimoni e si pronunciano sentenze. Qui, tra la gabbia dell’imputato, il banco del giudice e la scritta solenne «La legge è uguale per tutti», è andata in scena, facendo registrare il tutto esaurito, una delle proposte più originali della Festa dell’Opera 2025: «Procedura penale», opera lirica scritta nel 1959 da Dino Buzzati e Luciano Chailly. Proposta in un contesto che ne ha esaltato al massimo l’atmosfera tra l’inquietante e il surreale, l’opera è andata in scena due volte: una alle 15 e una alle 17.30 per permettere al maggior numero di persone di vivere l’insolita esperienza.
Non capita tutti i giorni di assistere a uno spettacolo teatrale, e per di più a un’opera lirica, in un’aula di giustizia vera, dove ogni elemento contribuisce a creare un senso di sospensione e ambiguità. E non è un caso: «Procedura penale» non è solo un’opera musicale, bensì anche una riflessione angosciante e ironica sulla giustizia, sull’assurdo burocratico e sul labile confine tra la verità e la finzione. Protagonista della vicenda è la contessa Mauritia Delormes, donna affascinante e sofisticata che si trova coinvolta in un’istruttoria giudiziaria guidata da un suo amico, Giandomenico, trasformato all'improvviso in pubblico ministero.
Atmosfera e riflessioni
L’atmosfera, inizialmente quasi da salotto, prende presto una piega claustrofobica: Mauritia viene interrogata, messa sotto pressione, accusata con sempre maggiore insistenza. E proprio quando tutto sembra potersi chiarire, la situazione degenera. Le viene comunicato che a Roma, proprio quel venerdì, è stato assassinato un certo Leo Sterziani. Lei sostiene di non conoscerlo, o al massimo di averlo incrociato superficialmente, ma questo non basta. Una testimone afferma di averla vista nei paraggi della scena del crimine, e tanto basta perché tutti, Giandomenico compreso, inizino a trattarla da colpevole. Da quel momento la sala del tribunale si trasforma in un incubo collettivo. Ogni personaggio presente si erge a giudice, il tono si fa sempre più accusatorio, e il processo si sposta dalla logica alla paranoia. La contessa viene persino incriminata per altri omicidi commessi in date assurde e circostanze improbabili. La vicenda sconfina nel grottesco, in un’atmosfera dove ogni tentativo di difesa è vano. Il risultato è un’opera capace di tenere il pubblico con il fiato sospeso. La scrittura di Buzzati emerge con forza, mentre la musica di Chailly accompagna con tensione crescente lo smarrimento della protagonista.
Riflessioni
Il canto si fonde con la recitazione, in un continuo crescendo di angoscia che riflette non solo la critica all’apparato giudiziario, ma anche una più ampia riflessione sull’alienazione, sulla colpa presunta e sul destino dell’individuo intrappolato in meccanismi più grandi di lui. L’allestimento ha saputo valorizzare lo spazio naturale dell’aula. Pochi elementi scenografici – tra cui un tavolino con un servizio da tè sopra – ma una grande attenzione ai dettagli hanno permesso di rendere la rappresentazione estremamente efficace. Il pubblico, seduto tra i banchi normalmente occupati da chi assiste alle udienze, è stato testimone muto di una tragedia che, seppur assurda, non sembra così distante da certe cronache contemporanee.
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